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Una separazione - Scheda del film

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 8 novembre 2012 – Scheda n. 4 (870)

 

 

 

 

Una separazione

 

Titolo originale: Jodái-e Náder az Simin

 

Regia e sceneggiatura: Ashgar Farhadi

 

Fotografia: Mahmoud Kalari. Montaggio: Hadeyedeh Safiyari.

Interpreti:  Leila Hatami (Simin), Peyman Moadi (Nader),

Shahab Hosseini (Hodjat), Sareh Bayat (Razieh),

Sarina Farhadi (Termeh), Babak Karimi (Giudice),

Ali-Asghar Shahbazi (Padre di Nader), Shirin Yazdanbakhsh (Madre di Simin), Kimia Hosseini (Somayeh), Merila Zarei (Sig.na Ghahraei).

Produzione: Ashgar Fahradi. Distribuzione: Sacher.

Durata: 123’. Origine: Iran, 2011.

 

 

 

Ashgar Farhadi

 

 

Nato a Isfahan, in Iran, il 1° gennaio 1972, Asghar Farhadi (in persiano: اصغر فرهادی) si è laureato in regia all’Università di Teheran. Dopo aver lavorato in tv, ha esordito come regista nel 2003 con Dancing in the Dust; nel 2004 ha diretto The Beautiful City e nel 2006 Chahar Shanbeh Souri. È About Elly (2009, Orso d’argento a Berlino, visto al Cineforum) che lo segnala all’attenzione internazionale. Nel 2011 ha diretto questo Una separazione che ha giustamente vinto l’Oscar per il miglior film straniero, insieme al Golden Globe, all’Orso d’oro sempre a Berlino, al British Independent Film Awards, al National Board of Review Award, all’Audience Award, al César e al David di Donatello... Un film coperto di premi.

Qualche dichiarazione di Farhadi: «Mi trovavo a Berlino e lavoravo a una sceneggiatura che era ambientata in quella città. Una sera, a casa di un mio amico, in cucina, ho sentito un brano iraniano che arrivava dalla porta accanto. All’improvviso, la mia mente è stata sopraffatta da ricordi e immagini legate a un’altra storia. Ho cercato di liberarmene e concentrarmi sulla sceneggiatura che stavo sviluppando, ma non ci sono riuscito. Le immagini e le idee erano penetrate dentro di me e non mi abbandonavano, così in strada e sui mezzi pubblici ero seguito dall’idea di una storia proveniente da un altro mondo, che disturbava il mio soggiorno a Berlino. Alla fine ho accettato il fatto di trovarmi sempre più vicino a questa storia ogni giorno che passava. Così, sono andato in Iran e ho iniziato a scrivere quest’altra sceneggiatura. Insomma, possiamo dire che la pellicola è stata concepita in una cucina di Berlino... Di solito ci metto molto tempo per scegliere gli attori e anche questa volta è stato così. Non voglio mettere in difficoltà gli interpreti facendo delle considerazioni generali sul film o sulla mia visione personale. Ritengo che l’attore non debba conoscere il significato generale della pellicola, ma che debba concentrarsi sul modo migliore di descrivere il personaggio e le sue intenzioni. In effetti, il mio metodo è di adattarmi ad ogni interprete, al suo modo di essere e di fare. Quello che non cambia è l’importanza delle prove... Non penso che sia importante far conoscere al pubblico le mie intenzioni, preferisco che la gente esca dal cinema ponendosi delle domande. Ritengo che il mondo oggi abbia più bisogno di domande che di risposte. Le risposte non ti spingono a fare domande e pensare. Fin dalla scena d’apertura, avevo l’intenzione di raggiungere questo obiettivo. La prima domanda della pellicola è se un bambino iraniano ha un futuro migliore nella sua terra o all’estero. Non ho una risposta preconfezionata. Mi piacerebbe che questo film portasse lo spettatore a porsi delle domande del genere... Nei miei film, cerco di fornire una visione realistica e complessa dei miei personaggi maschili e femminili. Non so perché, ma le donne sembrano possedere una maggior forza di cambiare le cose. Forse è una scelta inconscia. Magari, in una società in cui le donne sono oppresse, anche gli uomini non possono vivere in pace. Attualmente in Iran sono le donne che si battono maggiormente per cercare di riottenere i diritti di cui sono state private. Hanno una resistenza e una determinazione maggiori. Gli occidentali spesso hanno una visione limitata delle donne iraniane, che ritengono essere passive, chiuse in casa e lontane da ogni attività sociale. Forse alcune donne iraniane vivono così, ma per lo più sono attive nella società, magari anche in maniera più diretta degli uomini, nonostante le limitazioni a cui sono soggette. Questi due tipi di donne sono presenti nella pellicola, senza venire condannate o essere considerate delle eroine. Il confronto tra queste due donne non rappresenta il bene contro il male, ma due visioni del bene in conflitto. Ed è qui che, a mio avviso, nasce la tragedia moderna. C’è un conflitto tra queste due realtà positive e la mia speranza è che lo spettatore non riesca a decidere chi debba avere la meglio tra le due... Al cuore della storia c’è una coppia sposata. Il matrimonio rappresenta un rapporto tra due esseri umani, che non dipende dall’epoca o dalla società in cui si vive. La questione dei rapporti umani non è legata a un posto o a una cultura precisa, ma è invece uno dei problemi principali e complessi della società moderna. Insomma, ritengo che l’argomento trattato dal film lo renda accessibile a un ampio pubblico e in grado di superare i confini geografici, culturali o linguistici».

 

 

La critica

 

 

Assuefatti a troppi punti esclamativi, si ha timore a usare parole come ‘capolavoro’: definirne i limiti e i significati sembra ogni giorno più arduo. Ma se c’è un film per cui si può usare, quello mi sembra ‘Una separazione’ di Asghar Farhadi, trionfatore all’ultimo festival di Berlino (oltre all’Orso per il miglior film, la presidentessa Isabella Rossellini è riuscita a far premiare collettivamente sia il cast femminile che quello maschile: un fatto eccezionale di cui bisogna renderle merito) e una delle più sottili e straordinarie prove di scrittura e messa in scena viste di recente: una ‘dimostrazione’ perfetta di cosa sia il Grande Cinema. E questo nonostante l’apparente semplicità di storia e regia. Le prime scene spiegano il titolo: Simin (Laila Hatami, una vera star in Iran) vuole divorziare dal marito Nader (Peyman Moaadi) perché non è disposto a trasferirsi all’estero con lei non volendo abbandonare il padre malato di Alzeimer. Questo rifiuto, che spinge la moglie a trasferirsi dalla madre, fa scattare la necessità di trovare chi si occupi del padre durante il giorno, per cui si offre Razieh (Sareh Bayat), ma acuisce anche la crisi della figlia Termeh (Sarina Farhadi, figlia del regista), contraria alla separazione dei genitori e apparentemente dalla parte del padre con cui ha scelto di restare. Le cose, però, non sono mai semplici come appaiono e queste prime scelte pian piano ci fanno scoprire altre cose: per esempio che la ‘badante’ è incinta e che suo marito (Shahab Hosseini) non sa di questo lavoro, che entrambi sono ultraortodossi (mentre Simin e Nader lo sembrano meno) e che lui è disoccupato e tormentato dai debitori. Da cui si capisce perché la moglie abbia bisogno di lavorare nonostante il suo stato e perché lo faccia di nascosto dal marito. Tutto questo lo spettatore lo scopre poco a poco, quasi di sfuggita, senza mai avere una piena certezza di quello che spinge i vari protagonisti a comportarsi in un modo o in un altro. Farhadi filma le scene con la (apparente) semplicità di un occhio documentario, con la ‘noncuranza’ di chi sembra interessato a registrare soltanto semplici squarci di vita. Solo dopo, quando le cose si complicano ci si accorge che quello che sembrava accadere quasi casualmente davanti alla macchina da presa era essenziale allo sviluppo dell’azione e alla comprensione dei comportamenti di ognuno. La convenzione critica per cui chi scrive ‘anticipa’ al lettore il succedersi degli avvenimenti rischia così di togliere quella sorpresa che si compie negli occhi e nella mente dello spettatore quando una scena o una battuta rimandano a quello che prima era come scivolato via. Non c’è niente nella messa in scena di Farhadi che si riveli inutile o superficiale, tutto ha una sua ‘necessità’ e importanza ma dalla platea lo scopriamo solo quando una scena o una battuta ci obbligano a ripensarci sopra. Abituati a un cinema che dà per scontato la nostra superficialità di spettatori e che sottolinea con insistenza ogni cosa, rischiamo di restare spaesati di fronte alla semplicità e alla linearità del racconto di Una separazione. Il montaggio ‘invisibile’ del film non si sostituisce alla nostra attenzione, come ormai ci ha abituato il modo hollywoodiano (e non solo) di spezzettare l’azione. Le storie parallele costruite grazie al montaggio alternato mettono chi guarda nella comoda situazione di chi sa già che alla fine tutti i fili della storia finiranno per essere tirati e riuniti (ricordate i film di Gonzalez lnárritu tipo Babel?). Qui no: Farhadi aggiunge ogni volta un nuovo tassello, una ‘spiegazione’ in più perché a lui non interessa (solo) costruire un film che conquisti l’attenzione dello spettatore, ma un film che ci faccia entrare nella testa e nel cuore delle persone che ha deciso di filmare. Il peso della religione nei comportamenti delle persone, le differenze di classe e di sesso, la ‘sincerità’ e l’‘onestà’ delle persone, sono tutte informazioni che il film ci fa capire e scoprire scena dopo scena. Perché dietro a ogni azione e a ogni scelta quotidiana ci sono ragioni diverse e contraddittorie che non è così facile capire e decodificare (per rispettare la solita convenzione critica, devo almeno aggiungere che l’assunzione della ‘badante’ finisce in tribunale) e ognuno degli interessati può dire una verità che forse appare cosi ai propri occhi ma non a quelli degli altri. E tutto questo lo scopriamo non con dei ‘colpi di scena’ come insegnano i professionisti delle sceneggiature o mettendo a confronto ‘versioni’ diverse (alla Rashomon) ma per successivi avvicinamenti alla complessità della vita, per continui e sottili svelamenti di nuovi elementi della realtà. A riconferma dell’eterna giustezza di cosa già diceva Renoir nella Regola del gioco: ‘Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni’.

PPaolo Mereghetti, Il Corriere della Sera, 19 ottobre 2011

 

 

 

 

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