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Schede del film (166 Kb)
Cesare deve morire - Scheda del film

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 15 novembre 2012 – Scheda n. 5 (871)

 

 

 

 

 

Cesare deve morire

 

Regia e sceneggiatura: Paolo e Vittorio Taviani

 

Soggetto: da un progetto del laboratorio Teatro libero di Rebibbia

ispirato al dramma storico Giulio Cesare di William Shakespeare.

Fotografia: Simone Zampagni. Montaggio: Roberto Perpignani.

Musica: Carmelo Travia, Giuliano Taviani.

 

Interpreti: Cosimo Rega (Cassio), Salvatore Striano (Bruto),

Giovanni Arcuri (Cesare), Antonio Frasca (Marcantonio),

Juan Dario Bonetti (Decio), Vincenzo Gallo (Lucio),

Rosario Majorana (Metello), Francesco De Masi (Trebonio),

Gennaro Solito (Cinna), Francesco Carusone (Indovino),

Fabio Cavalli (il regista teatrale).

 

Produzione: Kaos Cinematografica. Distribuzione: Sacher.

Durata: 76’. Origine: Italia, 2012.

 

Paolo e Vittorio Taviani

 

Due registi storici del cinema italiano. Nati a San Miniato (Pisa), Paolo nel 1931 e Vittorio nel 1929. Cinema come messinscena esibita, realismo e melodramma, tensione morale e afflato epico, ragione e visione. Esordiscono nel 1954 con un documentario di forte incisività, San Miniato, luglio ’44, con commento di Cesare Zavattini, sull’eccidio che i fascisti compirono nella loro città natale, documentario vietato dalla censura. Dopo altri corti, il primo film a soggetto è Un uomo da bruciare (1962), poi vengono I fuorilegge del matrimonio (1963), I sovversivi (1967), Sotto il segno dello scorpione (1969), San Michele aveva un gallo (1973-75) e Allonsanfan (1974), tutti film all’insegna dell’impegno sia verso le tematiche dell’attualità sociale e politica che rispetto alla storia italiana. Padre padrone (1977) vince la Palma d’oro a Cannes. Dirigono poi Il prato (1979) e La notte di San Lorenzo (1982), Gran Premio della Giuria a Cannes. Poi comincia una fase calante con Kaos (1984), Good Morning Babilonia (1987), Il sole anche di notte (1990), Fiorile (1993), Le affinità elettive (1996), Tu ridi (1998), Resurrezione (2002, per la tv) e Luisa Sanfelice (2004, per la tv). Tornano al cinema per le sale con La masseria delle allodole (2007) e adesso con questo Cesare deve morire che ha ottenuto un notevole successo di critica e di pubblico, sia in Italia che all’estero, fino a diventare il candidato italiano all’Oscar per il miglior film straniero.

Sentiamo i Taviani: «Un’amica a noi cara ci disse di essere stata poche sere prima a teatro, e di avere pianto; non le succedeva da anni. Andammo a quel teatro, e quel teatro era un carcere. Il carcere di Rebibbia, sezione di Alta Sicurezza. Attraverso cancelli e inferriate arrivammo davanti a un palcoscenico, dove una ventina di detenuti, di cui alcuni ergastolani, dicevano Dante, la Divina Commedia. Avevano scelto alcuni canti dell’Inferno e ora nell’inferno del loro carcere rivivevano il dolore e il tormento di Paolo e Francesca, del conte Ugolino, di Ulisse. Li raccontavano ciascuno nel proprio dialetto, confrontando a tratti la storia poetica che evocavano con la storia della propria vita. Ci ricordammo le parole, e il pianto, della nostra amica. Sentimmo il bisogno di scoprire con un film come può nascere da quelle celle, da quegli esclusi, lontani quasi sempre dalla cultura, la bellezza delle loro rappresentazioni. Proponemmo al loro regista interno, Fabio Cavalli, il Giulio Cesare di Shakespeare. Lo abbiamo realizzato con la collaborazione dei detenuti, girando nelle loro celle, nei cunicoli per l’ora d’aria, nei bracci della sezione e infine sul loro palcoscenico. Abbiamo cercato di mettere a confronto l’oscurità della loro esistenza di condannati con la forza poetica delle emozioni che Shakespeare suscita, l’amicizia e il tradimento, l’assassinio e il tormento delle scelte difficili, il prezzo del potere e della verità. Entrare nel profondo di un’opera come questa significa guardare dentro se stessi: soprattutto quando si lasciano le tavole di un palcoscenico per tornare a chiudersi dentro le pareti di una cella... Erano i detenuti della sezione di Alta Sicurezza, che vuol dire detenuti per mafia, camorra,‘ndrangheta; molti segnati dalla condanna “fine pena mai”. C’era in loro la forza drammatica della verità e anche sapienza di attori, dovuta certo a qualità innate, ma anche al lavoro costante e sapiente del loro regista interno, Fabio Cavalli. Quando uscimmo, sentimmo il bisogno di saperne di più, nel profondo. Tornammo e proponemmo loro di realizzare insieme il Giulio Cesare di Shakespeare. La risposta di Fabio e dei detenuti fu immediata: cominciate, cominciamo... Quanto ai provini, da tempo abbiamo scoperto un metodo semplice, che usiamo per la sua immediatezza. Chiediamo al provinando di declinare tutte le sue generalità, immaginando di essere interrogato a un posto di frontiera; deve dire addio a una persona cara e la prima volta risponde alle domande con dolore, una seconda volta con rabbia. In questo caso particolare Fabio Cavalli ci aveva proposto i volti di alcuni detenuti, e per questi si è trattato quasi sempre di una conferma. Agli altri dicemmo di sentirsi liberi, di usare, per discrezione, se volevano, generalità fittizie. Ci colpì il fatto che tutti, con insistenza, vollero usare i propri nomi, il nome del padre, della madre, del luogo dove erano nati. Forse questo era un modo, attraverso il film – solo dopo ci abbiamo pensato – per ricordare agli altri nel mondo che loro erano qui, nel silenzio del carcere, vivi. Passarono uno dopo l’altro di fronte alla macchina da presa, e fu allora che, con forte emozione, cominciammo a conoscerli, nella loro verità di uomini, dolente, furiosa, delirante... Abbiamo lavorato con una sceneggiatura. Come sempre, nei nostri film, scriviamo una sceneggiatura che poi, sul set, si trasforma, si modifica nell’incontro con gli attori, i luoghi, la luce, l’oscurità. Anche questa volta. Con riconoscenza per Shakespeare (che è stato per noi padre, fratello, figlio a seconda delle età da noi attraversate), ci siamo impadroniti del suo Giulio Cesare, l’abbiamo smembrato e ricostruito. L’anima della tragedia è la stessa, anche l’iter narrativo, ma reso più semplice, più lontano dai ritmi del teatro. Abbiamo cercato di costruire quell’organismo audiovisivo che è un film, il figlio degenere di tutte le arti che lo hanno preceduto. Un figlio degenere che Shakespeare avrebbe amato, ne siamo sicuri. Abbiamo tradotto i dialoghi nei vari dialetti dei detenuti-attori. Che ci hanno capito, hanno dato tutti se stessi, ciascuno a modo suo, con emozione. La sceneggiatura man mano si è trasformata grazie alle loro verità, alle inaspettate interpretazioni del loro personaggio. Un esempio: l’Indovino, il Pazzariello napoletano che porta la mano aperta al naso e con lazzi inquietanti chiede silenzio, non era prevista in sceneggiatura. Pareva uno dei tanti folli di Shakespeare, uno Jorik, fuggito dalle sue tragedie. Quasi un saluto e un augurio di quel genio a tutti noi... Shakespeare nel Giulio Cesare, in questa storia italiana, porta in campo i grandi rapporti che legano o contrappongono gli uomini, l’amicizia e il tradimento, il potere e la libertà, il dubbio. E il delitto, l’assassinio. Due mondi che in qualche modo si rispecchiano. Agli “uomini d’onore” appartengono molti dei nostri detenuti-attori; di “uomini d’onore” parla Antonio nel suo atto di accusa. E quando è venuto il giorno di girare la sequenza dell’uccisione di Cesare, ai nostri attori con la daga in mano abbiamo chiesto di trovare in se stessi la forza omicida. Per un attimo avremmo voluto ritirare le parole appena dette. Invece no: i primi ad essere consapevoli della necessità di guardare in faccia la realtà erano loro».

 

La critica

 

Uno dopo l’altro si siedono, dicono il proprio nome e quelli del padre e della madre. Lo fanno prima con dolore e poi con rabbia, ma sempre immaginando d’essere interrogati a un posto di frontiera, mentre si separano dalla propria donna. Così, inducendoli a mostrare la loro verità profonda, Fabio Cavalli sceglie gli interpreti del Giulio Cesare in una sequenza di Cesare deve morire. Da anni Cavalli fa teatro con i detenuti, e ora sta con loro davanti alla macchina da presa di Paolo e Vittorio Taviani. Insieme, i tre registi mettono in scena William Shakespeare nel reparto di alta sicurezza di Rebibbia: palcoscenico insolito, ma popolato dalle stesse ombre di potere e sangue che percorrono la tragedia. Non c’è pietismo, in questo splendido film, e ancora meno c’è la moralissima presunzione di superiorità che spesso vive nello sguardo che i ‘buoni’ volgono sui ‘malvagí’. Sono uomini, non criminali condannati, quelli che fra i corridoi e le celle del carcere si misurano con le passioni, la grandezza e la morte dì altri uomini che il tempo ha ridotto a polvere, ma le cui storie tornano ben vive nelle emozioni del teatro e della parola poetica. Questo fanno Cosimo Rega (Cassio), Salvatore Striano (Bruto), Giovanni Arcuri (Cesare), Antonio Frasca (Antonio) e gli altri, tutti bravi oltre ogni attesa: entrano in quelle emozioni, vivono quelle storie, diventano quegli uomini. E noi con loro. Non pesa la povertà della scena, né l’angustia dei luoghi. Anzi, la regia - sia teatrale, sia cinematografica - trasfigura l’una e l’altra in potenza espressiva e in immediatezza poetica. Chi sono questi uomini che vediamo ridare vita a passioni che hanno attraversato il tempo, e che ora sentiamo come nostre? E come fanno a scendere così nel fondo di quelle passioni? Perché quando congiurano per la libertà, o quando mostrano la tracotanza del potere, o quando uccidono e muoiono, a noi pare che non di una messa in scena si tratti, ma di una identificazione delle loro vite con le vite tragiche narrate da Shakespeare? Perché della vita conoscono le ombre e il buio, il dolore e la rabbia, e perché in Shakespeare trovano un riscatto poetico dalla loro stessa tragedia. Così ci viene da dire, ma subito ci arrestiamo. Nella risposta c’è un residuo, forse l’ultimo, di pietismo e di presunzione. Preferiamo pensare che siano attori, ottimi attori, e che al pari di ogni attore ci mostrino una verità teatrale, tenendo celata la loro verità profonda.

RRoberto Escobar, L'Espresso, 15 marzo 2012

 

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