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Sister - Scheda del film

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 10 gennaio 2013 – Scheda n. 11 (877)

 

 

 

 

 

Sister

 

 

Titolo originale: L’enfant d’en haut

 

Regia: Ursula Meier

 

Sceneggiatura: Antoine Jaccoud, Ursula Meier, Gille Taurand.

Fotografia: Agnès Godard. Montaggio: Nelly Quettier.

Musica: John Parish.

 

Interpreti: Kacey Mottet Klein (Simon), Léa Seydoux (Louise),

Martin Compston (Mike), Gillian Anderson (Kristin Jansen),

 Jean-François Stévenin (lo chef), Yann Trégouët (Bruno),

Gabin Lefebvre (Marcus), Dilon Ademi (Dilon),

Magne-Håvard Brekke (lo sciatore violento).

 

Produzione: Bande à Part Films. Distribuzione: Teodora.

Durata: 97’. Origine: Svizzera, Francia, 2012.

 

 

Ursula Meier

 

 

Nata a Besançon, in Francia, Ursula Meier ha la doppia cittadinanza, francese e svizzera. Studia in Belgio presso l’Institut des Arts de Diffusion, lavora come aiuto regista di Alain Tanner, dirige cortometraggi: À corps perdu (1994), Des heures sans sommeil (1999), Tous à table (2001), e documentari: Autour de Pinget (2000), Les flics, pas les noirs, pas les blancs (2001), dirige Des épaules solides (2003) per la serie Masculin-Féminin/Petite Caméra. Il primo lungo è Home, presentato alla Semaine de la Critique a Cannes nel 2008. Il suo secondo film è Sister (2012), vincitore dell’Orso d’Argento al festival di Berlino.

Sentiamo la Meier: «Solo dopo aver iniziato a lavorare al film è riemerso in me un ricordo d’infanzia. Sono cresciuta ai piedi del massiccio del Giura in Svizzera ed era normale per noi salire ogni tanto alla stazione sciistica. C’era un ragazzino che se ne stava sempre per conto suo, sciava molto male eppure affrontava piste pericolose, sembrava stesse lì solo per l’ebbrezza di passare le giornate in un ambiente privilegiato. Qualcosa in lui mi intrigava e venni a sapere che era stato bandito dai ristoranti del posto perché derubava i clienti. La figura di questo piccolo ladro rimase un mistero per me, ma colpì in modo indelebile la mia immaginazione... Sister è un film “verticale”, che oscilla tra due dimensioni spaziali: in alto c’è la stazione sciistica, dominio di ricchi turisti che vengono a divertirsi sulla neve, in basso ci sono i grigi quartieri industriali della pianura. La funivia, che sale e scende incessantemente, è l’unico collegamento tra questi due mondi. Le vicende raccontate in Sister non possono separarsi dai luoghi in cui si svolgono, che non sono mai una semplice location ma hanno una grande forza narrativa. E questo ha dato a Sister la sua forma e la sua energia... Il film racconta la storia di un bambino, Simon, che vuole raggiungere quel mondo in alto, che cerca un’elevazione insieme fisica, sociale e economica. L’ambiente in cui vive, quello della pianura, è fatto di desolazione, nebbia e fango, mentre in alto sembra trovar posto un giardino delle delizie: sole, neve immacolata, denaro. Per tutta la durata del film, Simon è diviso tra i due mondi e il suo saliscendi con la funivia è il ritmo pulsante del film stesso. Mentre lui aspira al mondo in alto, però, Louise è attirata dal basso. Delusa dalla vita e arrabbiata con il mondo, invece di lottare contro le avversità ha deciso di chiamarsi fuori, vivendo giorno per giorno... Malgrado Simon e Louise vivano in una condizione economica disagiata e malgrado il denaro sia al centro dei rapporti tra i personaggi, Sister non vuole essere un film “sociale”. Simon vive sempre nella paura che gli manchi qualcosa e placa quest’ansia con la sua attività frenetica. Completamente privo di affetto, usa il denaro come meccanismo di difesa e come via di fuga verso l’illusione di una nuova vita. Ma i soldi, oltre a essergli di conforto, lo rendono arrogante, soprattutto nel rapporto con Louise. Simon crede che il denaro possa avvicinarla a sé, ma in realtà finisce per allontanarla ancora di più».

 

 

La critica

 

 

Al Festival di Berlino 2012 Sister, secondo lungometraggio della svizzera Ursula Meier, ha vinto un Orso d’argento, Menzione speciale della giuria. Ricevere un riconoscimento che non esiste - «un no man’s land dei premi», ha scherzato la regista - in una certa misura corrisponde perfettamente alla natura intrinseca di Sister, ma anche al suo film precedente Home. Questo concetto di “terra di nessuno” sembra essere un po’ il fil rouge della poetica della Meier, ma di fatto è connaturato alla sua vita. Ed è importante avviarsi da qui per entrare nello spirito del suo cinema. Ursula Meier nasce a Besançon, un paesino francese al confine con la Svizzera, e cresce praticamente alla frontiera con Ginevra come città di riferimento. A questo si aggiunga un côté germanico da parte del padre svizzero-tedesco e un’educazione protestante che presuppone un rapporto con l’immagine prima delle parole. Cosa che, spiega la regista, se indubbiamente le ha creato delle difficoltà relazionali da ragazzina, ha senz’altro influenzato il suo successivo modo di pensare il cinema. In seguito si iscrive alla scuola di cinema in Belgio, dove tuttora vive, e nel 2009 ha fondato con tre amici una società di produzione dal nome godardiano (Bande à Part Films) ubicata a Losanna, in cui risiede per lunghi periodi. Insomma, un po’ di qua, un po’ di là. Sta sul confine Ursula Meier, che i belgi chiamano «la svizzera» e gli svizzeri «la belga». Sovente la regista cita proustianamente un episodio significativo. Una parte del giardino del liceo che frequentava in Francia sconfinava in Svizzera e quando domandava alle insegnanti dove si trovassero in quel preciso punto, si sentiva rispondere che era una terra di nessuno, una “no man’s land”. Ed è su questa espressione verbale astrusa che non riusciva a comprendere, questo non luogo, questo vuoto di senso e di materia, che la Meier ha costruito la sua attuale idea di cinema. Infatti i due film da lei realizzati, Home e Sister, ci portano entrambi a riflettere proprio sul concetto di confine, raccontano luoghi ai margini e persone anch’esse marginali. Simon è interpretato dal bravo Kacey Mottet Klein, scoperto dalla Meier in Home nel ruolo del figlio maschio della famiglia, quella che viveva nella casetta a ridosso dell’autostrada. Nell’ultimo film della regista però non ci sono nuclei familiari felici e uniti, ma una cellula sgangherata composta da Simon e Louise, fratello-sorella, o [tagliamo qui il testo per non rivelare la sorpresa del film... ndr]. Rispetto al lavoro precedente l’attore che interpreta Simon è ovviamente cresciuto, ha dodici anni. Anche questa volta l’intenzione della Meier era di approfittare di un margine risicatissimo che definisce una “non età”, cioè la fase in cui non si è più bambini ma ancora non si rientra a pieno titolo nell’adolescenza. Un periodo limite da cogliere in fretta perché se solo Kacey Mottet Klein fosse stato più grande, si sarebbe persa la connotazione innocente di alcune scene chiavi, come il momento struggente in cui Simon paga Louise per dormire affianco a lei nel letto, per guadagnarsi il permesso di abbracciarla e non scivolare nel buio del sonno da solo. È un trafficone il piccolo Simon, una formichina operosa del piccolo crimine che si mimetizza tra i turisti benestanti delle alte vette innevate per sottrarre loro le costose attrezzature sportive. Sci, guanti, occhiali, scarponi, giacche a vento, portafogli, persino i panini al sacco. Acchiappa tutto. A volte agisce su commissione, gli indicano i modelli degli sci più costosi dai cataloghi e lui meticolosamente li cerca e li ruba, invecchia gli esemplari troppo nuovi e copre i graffi di quelli malridotti per ingannare i compratori poco esperti. (...) Abbandonato a se stesso, Simon s’ingegna come meglio può nella sua lotta di sopravvivenza quotidiana, ma quando incontra una dolce turista inglese con i figli piccoli, fa in modo di sedersi con loro a pranzare e insiste anche per pagare le consumazioni, illudendosi di poter comprare attimi di convivialità familiare. E allorché gli viene chiesto come si chiama fornisce un nome falso, Julien, che guarda caso era lo stesso che aveva in Home. Sembrano quasi un dittico, Home e Sister, l’uno il proseguimento dell’altro. Intanto perché nelle interviste è la stessa regista a metterli sempre a confronto. Spiega che Home è un film orizzontale, si svolge lungo un’autostrada, e Sister è invece verticale, ritmato dall’incessante movimento tra l’alto e il basso, il bianco accecante della stazione sciistica sulla cima della montagna e la piana industriale sotto la coltre delle nuvole, dove la neve si è sciolta o raggrumata in ammassi grigiastri. La funivia, che è il luogo dove Simon si sposta, si cambia, mangia, è appunto l’elemento di raccordo tra i due mondi. (...) Letteralmente, Simon trascina ogni giorno il suo slittino con gli oggetti rubati e una volta invita anche Louise a salirci sopra e porta anche lei. Con questi evocativi espedienti visivi la Meier è brava a passare dal concettuale al fisico, dalle sensazioni astratte alla rappresentazione di un malessere concreto. Perché il suo è un cinema “di carne”, come lo definisce, non tanto di corpi che si scontrano alla Ken Loach o dei gesti reiterati nel quotidiano dei fratelli Dardenne. È un cinema dove la presenza fisica dei protagonisti si relaziona agli ambienti che non sono mai soltanto sfondi, ma parte integrante della narrazione, personaggi essi stessi. (...) Nella straordinaria e intensa inquadratura finale in cui le due cabine della funivia si incrociano, accade una sorta di piccolo miracolo. I ruoli si ristabiliscono. Simon, disorientato dalla chiusura degli impianti e dalla fine della stagione sciistica che rappresenta la sua fonte di reddito, perde quella sicurezza (ostentata) da adulto e si ritrova spaesato, smarrito in un paesaggio di piste gialline e fangose non più ricoperte dalla neve. E così torna verso il basso, ritorna al suo ruolo di ragazzino. Al contrario, Louise recupera il senso di una maternità troppo a lungo rifiutata e sale verso l’alto, alla consapevole ricerca di (...). E alla fine il miracolo si compie, su quelle due cabine che corrono in direzioni opposte, ma all’interno delle quali delle mani si protendono verso altre mani, e i volti trasmettono stupore e tutto quello che non sono stati capaci di comunicare con le parole. Per un istante lo spettatore avverte un fluido pieno di amore, così forte che sembra quasi di vederlo materializzare.

TTina Porcelli, Cineforum, n. 514, maggio 2012

 

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