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Pina - Scheda del film

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 31 gennaio 2013 – Scheda n. 14 (880)

 

 

 

 

 

Pina

 

 

Regia e sceneggiatura: Wim Wenders

 

Fotografia: Hélène Louvart, Jorg Widmer, Alain Derobe.

Montaggio: Toni Froschammer. Musica: Thom Hanreich.

 

 Interpreti: Pina Bausch, Regina Advento, Malou Airaudo,

Ruth Amarante, Jorge Puerta Armenta, Rainer Behr, Andrey Berezin,

Damiano Ottavio Bigi, Ales Cucek, Clémentine Deluy,

Josephine Ann Endicott, Lutz Förster.

 

Produzione: Neue Road Movies, ZDF, ARTE. Blast! Films. Distribuzione: BIM.

Origine: Germania, 2011. Durata: 103’.

 

 

Wim Wenders

 

 

Nato nel 1945 a Düsseldorf, il piccolo Wenders ha sei anni quando gli regalano una cinepresa. Si appassiona al rock. Va a Parigi e scopre il cinema. Studia all’HIDEC, la scuola di cinema di Parigi, fa il critico. Gira Summer in the City (1970), incontra lo scrittore Peter Handke e fanno insieme La paura del portiere prima del calcio di rigore (1971). Gira la “trilogia della strada” con i suoi film più belli: Alice nelle città (1973), Falso movimento (1974) e Nel corso del tempo (1975). Dopo L’amico americano (1977), va in America per Nick’s Movie (1980), film sugli ultimi mesi di vita del regista Nicholas Ray, e per Hammett (1983). In una pausa di Hammett gira in Portogallo Lo stato delle cose, Leone d’oro a Venezia nel 1982. Vengono Paris, Texas (1984, palma d’oro a Cannes), Tokyo-ga (1985) e Il cielo sopra Berlino. Comincia una fase discendente, con Fino alla fine del mondo (1991), Così lontano così vicino (1993), Lisbon Story (1995), Crimini invisibili (1997). Si riprende con Buena Vista Social Club (1998), The Blues, l’anima di un uomo (2003), La terra dell’abbondanza (2004) e Non bussare alla mia porta (2005). Il film successivo, Palermo Shooting (2008), è davvero brutto. E Wenders cambia strada, ritorna al film di non-finzione: questo Pina è un capolavoro. Wenders e Pina Bausch, la grande coreografa che ha radicalmente mutato la danza, erano molto amici e da tempo pensavano di fare un film insieme. Dopo la morte improvvisa di Pina Bausch, durante la preparazione delle riprese nell’estate del 2009, Wim Wenders ha ripensato la sua idea iniziale del film. Il risultato è un film per Pina Bausch, realizzato utilizzando le coreografie degli spettacoli che avevano scelto insieme, Café Müller, Le Sacre du printemps, Vollmond e Kontakthof, insieme a immagini e file audio della vita privata di Pina. Il film è stato girato in 3D: purtroppo noi non possiamo proiettarlo in questo formato, ma anche nel tradizionale modo bidimensionale il film resta splendido.

Ecco Wenders: «No, non c’era nessun uragano che spazzava il palcoscenico c’erano solo persone che danzavano, che si muovevano in modo diverso da quello che conoscevo e che mi commuovevano come mai nient’altro prima. Dopo pochi istanti avevo già un groppo in gola, e dopo qualche minuto di stupore incredulo ho dato libero sfogo ai miei sentimenti, e ho pianto senza ritegno. Non mi era mai successo. Forse nella vita, a volte al cinema, ma non guardando le prove di uno spettacolo - di danza, per giunta. Quella non era danza, né pantomima o balletto, e meno che mai opera. Pina è, lo sapete, la creatrice di una nuova arte. Il Tanztheater, il teatro-danza. Il movimento in sé non mi aveva mai emozionato, lo davo per scontato. Uno si muove, e basta. Tutto si muove. Solo attraverso il Tanztheater di Pina ho imparato ad apprezzare movimenti, gesti, pose, comportamenti, il linguaggio del corpo, e a rispettarli. Ogni volta che vedo una sua coreografia, anche per la centesima volta, resto come folgorato e re-imparo che la cosa più ovvia e più semplice è anche la più commovente: custodiamo un tesoro nel nostro corpo! La capacità di esprimerci senza parole. E quante storie possono essere raccontate senza pronunciare una sola frase... Pina vedeva col cuore, fino allo sfinimento, non si risparmiava. E guardando, strizzava gli occhi, così pieni di affetto e di senso critico insieme. Ma sempre amorevole, senza mai esporti. Sostenendoti, senza giudicare. “Bisogna essere crudeli per essere gentili”, dice un bel verso di una canzone di Elvis Costello. La più grande delle arti, nell’interazione con gli altri, è tirare fuori il meglio da ognuno e renderlo visibile. In questo, Pina era straordinaria. Voi danzatori lo sapete meglio di me. Siete stati per anni, molti di voi per decenni, l’orchestra dello sguardo di Pina, ognuno uno strumento unico. Lei ha permesso a ognuno di voi, con amore ma anche con rigore, di non nascondere il meglio di sé, e rivelarlo. E ha permesso a noi, il suo pubblico, di condividere il suo sguardo e aprire gli occhi, per vedere noi stessi e il linguaggio nascosto dentro di noi». Dal discorso tenuto alla commemorazione di Pina Bausch il 4 settembre 2009 al Teatro dell’Opera di Wuppertal.

 

 

La critica

 

 

Chi ama l’universo espressivo della tedesca Pina Bausch, geniale capofila del teatrodanza, potrebbe avere qualche stretta al cuore di fronte a Pina, l’omaggio dedicatole da Wim Wenders, concepito in principio insieme alla stessa coreografa, e divenuto in seguito un ritratto post-mortem (Bausch è scomparsa a inizio riprese). C’è infatti un quid, nel teatro ‘bauschiano’, che i suoi estimatori vi ritroveranno: una tessitura fitta di emozioni traslate nell’intensità creativa del movimento, un senso puntuale e struggente della caducità dei corpi e dell’amore, un gusto misterioso del sogno e della fiaba, un’ossessione dolce-amara dei conflitti e delle pene che implica la coppia. Chiunque abbia recepito questo spleen, assistendo agli spettacoli (non solo danzati, ma comportamentali e parlati) del Tanztheater Wuppertal, il gruppo a cui s’affida il repertorio della più incisiva innovatrice della scena occidentale di fine Novecento, vedrà affiorarne le tracce in questo bel racconto per immagini, che va a inserirsi nella pregiata schiera di opere wendersiane oscillanti tra documentario e narrazione, come nel caso di Buena Vista Social Club. Perché anche qui si tratta di un viaggio esplorativo spinto dall’intento di restituirci, tra moti affettivi e grande voglia di bellezza, le suggestioni di un linguaggio: Pina sta al genere del teatrodanza come Buena Vista stava alla musica cubana. Ma adesso emerge, rispetto al passato, una novità molto condizionante che riguarda gli strumenti, cioè il 3D applicato per la prima volta alla danza, efficacissimo nel dimostrarci le potenzialità artistiche di un mezzo finora sminuito come tramite effettistico di megaproduzioni commerciali. È lo svelamento più notevole del film, che grazie ad esso consegna visioni e sentimenti del teatrodanza a un pubblico più ampio dì quello già devoto alla poetica di Pina Bausch. Calato in prospettive tridimensionali, lo spettatore viene ammesso, con perturbante concretezza, nel recinto ‘proibito’ del palcoscenico. Respira con i ballerini, ne percepisce scatti, fremiti e tensioni, condivide la vibrazione dell’ensemble. Un’esperienza magnetica soprattutto nella prima parte del film, centrata sul Sacre du Primtemps, dove monta la furia sensuale dei corpi che calpestano un manto di terra vera, sempre più incollata alla carne di ballerini ferocemente autentici per vulnerabilità e spessore. Scorrono azioni e danze tra luoghi aperti e interni di Wuppertal, città dove Pina ha consumato tutta la sua storia di autrice: sfondi di archeologia industriale, vagoni del tram aereo (gli stessi in cui Wenders girò alcune sequenze di Alice nella città) sovrastanti il fiume e i caseggiati urbani, boschi di fasto wagneriano, piscine d’algido fulgore. Vivono invece nello spazio rituale del teatro, oltre al Sacre, estratti di Vollmond, spettacolo d’acqua e di roccia (gli elementi materici e di natura sono persistenti), di Café Múller (con i suoi abbracci convulsi disseminati in una selva imprigionante di tavolini e sedie), e del capolavoro neo-espressionista Kontakthof, dove si sondano contatti e sfide uomo-donna in una distillazione del gesto quotidiano che ne scardina l’essenza. Cineasta sensibile alla musica e al teatro, Wenders ha ricomposto per frammenti una leggenda che meritava la sua inventiva.

LLeonetta Bentivoglio, La Repubblica, 4 novembre 2011

 

Ci sono voluti oltre vent’anni per arrivare a Pina 3D. Stregato nel 1985 dalla visione di Café Muller, Wim Wenders incontra Pina Bausch, diventano amici e iniziano a parlare di un film. Negli anni si fa quasi un tormentone: si scambiano idee ma Wenders dice di non saper raccontare la danza sul grande schermo. Il blocco si scioglie nel 2007, con la visione di U2 3D (un film su un concerto degli U2) il regista tedesco si convince che la stereoscopia possa trasmettere il senso dello spazio tanto centrale nel Teatro Danza della Bausch. La tecnologia è però ancora acerba e si pensa di lasciarla maturare un altro paio d’anni. Quando il progetto prende forma, due giorni prima di iniziare le prove, Pina Bausch muore. È il 3 giugno 2009 e, vinta la riluttanza, Wenders decide di andare avanti. (...) Ne viene un documentario che trasuda la passione e l’affetto di un omaggio sentito, capace attraverso l’intensità e la varietà dei balli e delle ambientazioni - dalle strade della cittadina, alla monorotaia sopraelevata fino alle vicine pendici montane - di reinventarsi ogni pochi minuti e ammaliare anche lo spettatore più disinteressato. La stereoscopia è valorizzata da una continua ricerca di soluzioni di ripresa volte, come dice lo scenografo Peter Pabst del Tanztheater, a ‘varcare il confine tra il palcoscenico e lo spettatore’. Il 3D trova dunque un’applicazione d’autore (come già nel pressoché invisibile capolavoro di Herzog Cave of Forgotten Dreams) e Wenders ne sfida i limiti nel rappresentare il movimento, scegliendo focali ampie che mimino le caratteristiche dell’occhio umano e facendo danzare anche la macchina da presa, per mantenere vivo il senso della profondità. Come se regista e coreografa dialogassero un’ultima volta in un ballo a due.

AAndrea Fornasiero, Film TV, novembre 2011

 

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