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Giovedì 14 febbraio 2013 – Scheda n. 16 (882)

 

 

 

  

 

L’amore che resta

 

 

Titolo originale: Restless

 

Regia: Gus Van Sant

 

Sceneggiatura: Jason Lew. Fotografia: Harris Savides.

Montaggio: Elliot Graham. Musica: Danny Elfman.

 

Interpreti: Henry Hopper (Enoch Brae), Mia Wasikowska (Annabel Cotton),

Ryô Kase (Hiroshi), Schuyler Fisk (Elizabeth Cotton),

Jane Adams II (Mabel Tell), Lusia Strus (Rachel), Chin Han (Dott. Lee).

 

Produzione: Imagine Entertainment. Distribuzione: Warner Bros.

Origine: Usa, 2011. Durata: 95’.

 

 

Gus Van Sant

 

 

Nato a Louisville, Kentucky (1952), Gus Van Sant si laurea in discipline artistiche, si trasferisce a Portland, nell’Oregon, e ci resta definitivamente. Lì, oltre a fare il regista, coltiva i suoi talenti per pittura, fotografia, musica e scrittura. Esordio nel 1987 con Mala Noche. Poi, Drugstore Cowboy (1989) con Matt Dillon, Belli e dannati (1991) con River Phoenix e Keanu Reeves, Cowgirls il nuovo sesso con Uma Thurman (1993), Da morire con Nicole Kidman (1995); Will Hunting, Genio ribelle con Robin Williams, Ben Affleck e Matt Damon (1997). Vengono poi Psycho, che riproduce il film originale di Hitchcock, inquadratura per inquadratura (1998), Scoprendo Forrester (2000), Gerry (2002) e Elephant, Palma d’Oro a Cannes 2003. Del 2005 è Last Days; del 2007, Paranoid Park. Molto amico di Sean Penn, lo chiama per Milk (2008), biografia di un famoso sostenitore dei diritti civili degli omosessuali. Del 2011 è questo delicato e commovente L’amore che resta.

Sentiamo il regista: «Il film sembra più classico dei miei precedenti. La macchina da presa lavora diversamente dal solito, non segue i personaggi e non è a mano. Ma la cosa più classica di L’amore che resta sono i dialoghi, che nel cinema americano servono solo a far avanzare la storia e qui, invece, provano ad approfondire i personaggi... Enoch è un adolescente timido e isolato e il film si svolge durante un freddo autunno americano. Mentre la natura si prepara a un lungo sonno, il ragazzo vive in un mondo già freddissimo, devastato dal ricordo dei genitori, morti in un incidente d’auto. Ma nell’esilio che si è imposto, Enoch scopre che il suo modo di guardare il mondo cambia, grazie alla presenza della bella e dolce Annabel... È stata la storia d’amore ad attrarre il mio interesse. Una storia d’amore che è una relazione nata fuori dalla famiglia in un momento in cui è impossibile per i membri che ne fanno parte accettare il dolore per la perdita di uno di loro... Una delle mie tecniche di lavoro con gli attori è dirigere una performance, una scena senza usare i dialoghi. Gli attori si muovono sulla scena in silenzio, interiorizzando le battute ed esprimendo le loro emozioni solo con gli occhi e il volto. Ho fatto una performance silenziosa per ogni scena. L’idea è che gli attori sentano l’energia tra loro e seguano il ritmo della scena. In questo modo emergono aspetti che non cogli o non capisci se ci parli sopra. Le riprese mute sono utili quando capisci che le parole non sono necessarie per spiegare la scena. Ci sono anche altre ragioni, ma soprattutto giro le scene mute perché di solito, da qualche parte, c’è bisogno che sia il silenzio a raccontare la storia... Ho girato a Portland, la mia città. Volevo un cielo cupo nel film, e Portland ha quel cielo in autunno e in inverno. In quelle stagioni a Portland esplodono il rosso, il verde e il giallo delle foglie ed è un posto molto piovoso, ma bello. È lo sfondo giusto per l’atmosfera del film e le vite dei suoi personaggi».

 

 

La critica

 

 

Amore e morte nel romanzo americano è il titolo di un saggio fondativo, e all’epoca rivelatore, di Leslie Fiedler che guardava la storia della letteratura americana attraverso il filtro di queste due parole chiave, ‘amore’ e ‘morte’, alle quali si sarebbe aggiunta una terza, altrettanto potente e caratterizzante: ‘infanzia’. La narrativa americana, e di conseguenza il cinema americano, ha quasi ossessivamente sviluppato storie e immaginari a partire dall’incrocio di queste due coordinate generative, inserite all’interno del mito della frontiera (certo aggiornato fino a toccare il suo opposto, i non luoghi delle città di provincia, una volta frontiera) e quello pervasivo della natura. E spesso l’occhio che guarda, vive, ama e muore è quello dell’infanzia e dell’adolescenza, ovvero lo sguardo dell’innocenza, altra parola chiave per capire la cultura e l’immaginario americano. Se si considera, poi, che il genere letterario utilizzato per raccontare questi mondi varia dal fantastico, all’epico, dal favolistico allo storico, ovvero usa la ricorrenza di formule narrative forti, il gioco è fatto. Ecco: tutti, o quasi, questi elementi sono evocati e toccati dal nuovo film di Gus Van Sant, L’amore che resta, e questa prolusione serve a meglio inquadrare un film che non è l’aggiornamento di Love Story, tanto per capirci. L’amore che resta invece è una favola nera contemporanea sul tema dell’amore e della morte con protagonisti due adolescenti, romantici, poetici e ingenui posti innanzi a un destino che non dovrebbe riguardarli. (...) Sono giovani come possono essere giovani gli adolescenti raccontati da Gus Van Sant, un po’ efebi, quasi asessuati, forse trasparenti, foglie al vento, eppure volitivi dentro le loro armature fragili e lucenti. Ragazzi e ragazze in mezzo al guado della vita, prima ancora di averla vissuta. Annabel, studentessa in Scienze Naturali, ha una passione per Charles Darwin (il cui poster campeggia nella cameretta, al posto di chissà quale popstar), ama gli uccelli acquatici e le loro abitudini, veste sempre con colori pastello, quelli della terra, con capi sempre un po’ vintage, come fosse già fuori dal tempo a lei che non è concesso il futuro, e soprattutto s’è innamorata a pochi mesi dalla fine di un giovane ragazzo che sembra il suo opposto, e pure le corrisponde perfettamente. Enoch veste sempre di nero, è dolcemente depresso come lo può essere un esponente della generazione degli emo (a cui lui idealmente appartiene), è stato cacciato da scuola, il suo amico del cuore si chiama Hiroshi ed è un fantasma aviatore kamikaze della Seconda Guerra Mondiale, va a zonzo cercando di intrufolarsi in tutti i funerali e proprio in uno di questi incontra la bella Annabel e il suo destino furtivo. Gus Van Sant si sbarazza con il suo talento di tutta la retorica melodrammatica alla Love Story e aggiorna la sua galleria di adolescenti con due ritratti unici. Accompagnato da una colonna sonora strepitosa (sopra a tutti le ballate di Sufjan Stevens), da dialoghi sempre significativi, da due attori molto dotati (l’emergente e straordinaria Mia Wasikowska, già Alice per Tim Burton e l’esordiente Henry Hopper, figlio di Dennis) e dal tocco istintivo di Gus Van Sant, L’amore che resta è, e vuole essere, una favola metropolitana sull’amore e la morte che esclude volutamente qualsiasi aspetto legato alla crudezza della materia.

DDario Zonta, L’Unità, 16 ottobre 2011

 

Sono innamorati della morte, gli adolescenti Enoch e Annabel raccontati da Gus Van Sant in L’amore che resta. Lui si imbuca ai funerali, e a uno di questi conosce lei. Poi, insieme, frequentano i riti funebri di sconosciuti, come fossero feste. Quale motivo può spingere due fragili liceali a questa ‘passione’ cupa? La risposta forse si trova già in Elephant e in Paranoid Park, che nel 2003 e nel 2007 Van Sant ha dedicato a come alcuni adolescenti ‘vivono’ la morte. In quei due film, duri e terribili, certo non si tratta di un innocuo amore per la morte. (...) C’è un’immagine potente e inguardabile, in Paranoid Park. Tagliato in due dalle ruote di un treno, per un attimo il poliziotto tenta di alzarsi puntando le braccia a terra. Nei suoi occhi rivolti verso Alex si legge una domanda disperata: perché? Anche Alex lo fissa. Sul suo viso d’angelo non c’è pietà, ma stupore. Di colpo, l’indifferenza in cui vive è stata attraversata e ferita da un fatto assoluto. Ha ucciso un uomo, e ora rischia di pagarne le conseguenze. Non soffre per la responsabilità morale, il ragazzino. Per poterlo fare, dovrebbe guardare alla vita - la vita sua e la vita degli altri - come a un valore, o anche solo come a ‘qualcosa’. Ma questa e quella sono per lui niente, e niente è perciò anche la morte. Dunque, tutto si riduce alla paura di essere punito. Quanto al perché, non c’è risposta. Anzi, neppure ha senso la domanda. In tutto questo, la macchina da presa di Van Sant sembra restare neutrale, esterna all’orrore che mostra. E neutrale ed esterna è anche in Elephant. La strage nella scuola è raccontata da lunghi piani sequenza che stanno addosso ad Alex ed Eric, i due assassini - quasi inseguendoli per i corridoi del liceo -, e che mai pretendono d’arrivare a scoprire un senso e un motivo. In platea, vorremmo che dallo schermo ce ne venissero, di motivi, per dare almeno un po’ di sollievo al nostro orrore. Ma tutto accade con indifferenza, con la stessa indifferenza in cui si perdono i giorni dell’altro Alex. Questo è il cuore dei due film: l’assenza di motivi, sottolineata dal paradosso di un cinema che fa come se non avesse alcun punto di vista. Ma si potrebbe anche dire: il motivo è proprio l’assenza di motivi. Ed è qui che, con un ‘controcampo’ implicito, Van Sant si volge dal mondo degli adolescenti a quello degli adulti. I primi indifferenti sono i padri e le madri: questo sembra dire. Tutto è uguale per loro, prima che per i loro figli. Uguali sono i giorni, che si perdono in un benessere soddisfatto e cieco. E uguale è un ‘amore’ per i figli che non sente il bisogno di dar loro modelli morali, e che non è tentato dalla generosità di rischiare in questo modo una loro (necessarissima) rivolta. E così siamo di nuovo a L’amore che resta, anch’esso ambientato a Portland. Qualunque sia la ragione per l’amore per la morte di Enoch e Annabel - e per quanto il primo finisca poi per capovolgerlo in amore per la vita -, quello che spicca nel film è l’assenza degli adulti, e dei loro modelli. E se così tutto si reduce a indifferenza e niente, che potranno fare i due fragili liceali se non cercare un senso proprio in quel niente assoluto e radicale che è la morte? Ancora una volta, appunto, l’assenza di motivi è il motivo.

RRoberto Escobar, Il Sole 24Ore, 30 ottobre 2011

 

 

 

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