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Cosa piove dal cielo? - Scheda del film

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 28 febbraio 2013 – Scheda n. 18 (884)

 

 

 

  

 

Cosa piove dal cielo?

 

 

Titolo originale: Un cuento chino

 

Regia e sceneggiatura: Sebastián Borensztein

 

Fotografia: Rodrigo Pulpeiro. Musica: Lucio Godoy.

Montaggio: Fernando Pardo, Pablo Barbieri Carrera.

 

Interpreti: Ricardo Darín (Roberto),

Ignacio Huang (Huang Sheng Huang Jun Quian),

 Muriel Santa Ana (Mari).

 

Produzione: Pampa Films. Distribuzione: Archibald.

Origine: Argentina, 2011. Durata: 93’.

 

 

Sebastián Borensztein

 

 

Nato a Buenos Aires nel 1963, Sebastián Borenstein, prima di approdare al cinema, si è laureato in comunicazioni di massa e ha fatto il produttore televisivo, vincendo molti premi per le sue serie tv, la più famosa delle quali è Tiempo final. Ha iniziato a lavorare con suo padre, Tato Bores, grande attore comico. Nel cinema ha scritto la sceneggiatura di La suerte està echada (2005), film premiato dalla critica francese al Festival del Cinema Latino Americano di Tolosa e dal pubblico al Festival del Cinema Latino di Trieste. Nel 2010 ha scritto e diretto Sin memoria e nel 2011 questo Cosa piove del cielo? che in originale si chiama Un cuento chino, cioè Un racconto cinese.

Sentiamo qualche sua dichiarazione: «La mirada graciosa y irónica sobre la realidad fue un modelo de educación que recibì desde la cuna. Porque, al fin y al cabo, tener sentido del humor es una manera de mirar la vida. Mi padre, Tato Bores, tenía un punto de vista muy particular sobre el mundo. El viejo nos enseñó a mirar desde ese lado. Nos mostró una cerradura por la cual, indefectiblemente, todos terminamos mirando. Entonces, es un humor intrínseco a la familia. Para mi, el humor es una herramienta para estimular el pensamiento... Non potrei fare altro venendo da dove vengo. L’umorismo riesce per me ad attraversare anche i discorsi che le altre persone pensano siano duri come rocce. Se ridi di qualcosa lo fai diventare indimenticabile. L’umorismo è un’arma importante, molto corrosiva se usata bene, se ben appuntita e adoperata con finezza, meglio ancora se lo spettatore non è un imbecille ma una persona capace di decodificarla... Cosa piove dal cielo, Un cuento chino, è un film con dello humour? Sì e no. In superficie ha dei momenti divertenti ma sotto ci sono situazioni anche drammatiche. Il protagonista è Roberto, interpretato da un perfetto Ricardo Darín, un tipo chiuso che vive protetto dal suo bancone nel negozio di ferramenta, quasi senza contatti con il mondo esterno, anche a causa del suo passato di ex combattente delle Malvine. Questo fino al giorno in cui si trova tra i piedi un cinese, Jun, che arriva a Buenos Aires e non sa una parola di spagnolo... Così nel film ci sono due tragedie che sbattono l’una contro l’altra e producono una commedia, che non è la classica commedia con le gag che arrivano tutte in fila. Penso che l’umorismo stia negli occhi dello spettatore e che il film sia piuttosto una commedia drammatica con un sottofondo in qualche maniera tragico, con qualcosa di oscuro, anche se con uno sguardo ottimistico... Le mie storie, i miei film sono costruiti intorno a un personaggio preciso, senza svilupparsi in racconto corale. Mi piace l’idea di approfondire un personaggio fino in fondo. Qui poi c’è una specie di scontro tra culture, tra occidente e oriente. Ricardo non pensa proprio di diventare amico di qualcuno. Così ho cercato di vedere cosa succede quando noi crediamo di essere universali e non ci rendiamo conto che le cose non stanno così. Io penso che tra i due ci sia più rispetto che non amicizia. Forse anche solidarietà. Tanto che alla fine arrivano ad avere un certo vincolo tra loro, però con la precisazione che sta alla base del film: che quanto più ti sei chiuso in te stesso tanto più forte dev’essere il colpo che ti risveglia. Aggiungo che in generale la solidarietà si trova molto di più tra la gente semplice, negli strati inferiori della scala sociale, che non ai piani alti».

 

 

La critica

 

 

Roberto è quello che uno psicologo dell’Usl, interpellato da una moglie premurosa e sollecita, definirebbe un meraviglioso nevrotico. Solo che lui la moglie premurosa e sollecita non ce l’ha, anche perché gli farebbe venire troppa ansia: ha deciso tanto tempo fa che non ha senso complicarsi l’esistenza con relazioni sentimentali, amicizie strette, attività sociali di vario tipo. Nulla può dargli più soddisfazione di passare la domenica con una birra, la radio accesa, spaparanzato su una sedia pieghevole vicino alla recinzione di un aeroporto, a vedere quei giganteschi ammassi di ferraglia che decollano e che atterrano, sperando sommessamente, ma neanche tanto (ad alta voce si può, tanto non c’è nessuno che ascolta i suoi pensieri) che uno di questi si sfracelli a terra, o, meglio ancora, che piova qualcosa dal cielo. L’importante per Roberto è trovarsi dall’altra parte del recinto, assistere alla tragedia sfiorata o realizzata senza prenderne parte, e constatare con lo sguardo rassegnato di quello che la sa lunga: «Il mondo non ha alcun senso, sono solo fatti accostati l’uno all’altro senza nessun tipo di ordine o logica, oggi a me, domani a te. Quindi, perché agitarsi tanto?». Eppure, a Roberto capita spesso di perdere la pazienza: soprattutto di fronte all’imbecillità altrui, nelle sale d’attesa, e quando qualcuno sta tentando di fregarlo o dubita della sua onestà. Insomma, praticamente tutte le volte che tenta o è costretto a subire il confronto con un essere vivente. Forse il motivo della sua ricerca ossessiva della solitudine nasce da un fatto incontrovertibile: la vita è stata un bel po’ impietosa con lui, o forse sarebbe meglio dire buffa, di una comicità, però, che fa ridere solo lei. La sua nascita ha decretato la morte di sua madre, lasciando in lui un vuoto incolmabile, che ha tentato da quando era piccolo di riempire costruendole un piccolo santuario nella credenza di casa, e acquistando per lei tante piccole statuine di cristallo colorato, il giorno del suo compleanno. Suo padre è morto in circostanze a dir poco particolari: anche in quel caso il destino, il fato o la follia dell’esistenza si sono messi in mezzo. Da quel momento Roberto ha deciso che non avrebbe creduto più a nulla, e si è concentrato su quanti bulloncini ci sono realmente in un pacchetto da cinquanta: se veramente cinquanta, o quarantacinque, quarantotto e, in alcuni casi, addirittura meno. L’arrivo di un cinese senza nome e senza passato, perché senza l’uso della lingua in un Paese straniero, è quanto basta per metterlo definitivamente in crisi: la sua bontà gli impedisce di metterlo in strada, anche se è quello che vorrebbe fare numerose volte, e lo costringe a subire un essere indifeso e noioso che ostacola i suoi piani. Non aveva mai avuto spettatori che assistessero al suo spoglio serale di riviste, alla ricerca di notizie bislacche da tutto il mondo: e questo cinese dall’aria stralunata, che dice sempre sì e fa tutto quello che riesce per compiacere colui che lo ha salvato dal vagabondaggio, non riesce a farlo ricredere sulle virtù dell’amicizia e del vivere in compagnia, come ci si aspetterebbe. Semplicemente, poiché ha vissuto uno di quei casi bislacchi della vita che tanto incuriosiscono Roberto, serve a far scattare in lui qualcosa, a fargli baluginare un dubbio: forse se le cose succedono in un modo invece che in un altro, un senso a tutto questo c’è. O forse va semplicemente cercato. E magari è possibile trovarlo dall’altra parte del mondo. Ecco la cosa bella di questo piccolo film, che ha una delicatezza di tratto molto rara, e che funziona perfettamente dall’inizio alla fine: riuscire nel miracolo di non essere banale quando tutto, sulla carta, avrebbe fatto pensare che lo fosse. Ricardo Darín è un interprete eccezionale, di quelli a cui basta una parte in sintonia con il loro humus, uno stimolo per partire, e ti costruiscono totalmente il film. Il suo personaggio rimane dentro, fa tenerezza e fa ridere, suscita rispetto ed empatia, perché siamo un po’ tutti così, in fondo: ci piace pensarci comprensivi, ma se ci toccano le nostre abitudini salvavita, diventiamo navajos che difendono il territorio.

EElisa Baldini, Cineforum n. 513, aprile 2012

 

(...) Filmato con un’encomiabile economia di mezzi e di parole (escluse le imprecazioni in solitario di Roberto, sempre molto folcloristiche), il film segue i modi in cui questi tre personaggi cercano l’un l’altro di inseguirsi o di sfuggirsi, inanellando una serie di situazioni decisamente divertenti, a volte ai limiti del surreale, altre volte più vicine allo studio di costume. Ma l’interesse del film non si ferma certo qui, nelle forme di una commedia sorprendente e a tratti pochissimo corretta. Scena dopo scena, gag dopo gag, il meccanismo comico rivela una inaspettata capacità di osservazione, soprattutto ‘ai danni’ dell’imbronciato titolare della ferramenta. E cosi, oltre ai vizi (o difetti) privati ecco far capolino il ritratto di un Paese che non ha ancora finito di fare i conti con se stesso: è il ‘carattere nazionale argentino’ che prende forma dietro le azioni di Roberto, fatto di un senso di superiorità destinato a infrangersi contro la realtà (anche il proprietario della ferramenta dovrà ringraziare l’ospite cinese), di un machismo decisamente autolesionista (inutile aggiungere che il senso di superiorità che l’uomo prova per la tenera Mari sarà destinato a capitolare), di un culto della famiglia fuori dal tempo (vedrete che fine farà la vetrinetta reliquiario con gli animaletti in vetro intorno al ritratto di mammà) e soprattutto di un orgoglio nazionalista destinato alla più feroce e cocente delle disillusioni (il ricordo dell’insensata guerra delle Malvinas). Tutti temi che il film affronta per piccole allusioni, ma che si intrecciano perfettamente con l’impianto realistico dell’insieme (anche la storia della mucca che cade dal cielo troverà una sua coerente spiegazione) e che contribuiscono a far scattare nel pubblico una serie di risate contagiose.

PPaolo Mereghetti, Il Corriere della Sera, 20 marzo 2012

 

 

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