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A Ciambra - Scheda del film

 

 

 
 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE

S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna


PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO

Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS
 

 

 

Giovedì 10 gennaio 2019 – Scheda n. 12 (1041)

 

 

 

 

A Ciambra

 

 

 

Regia e sceneggiatura: Jonas Carpignano

 

Fotografia: Tim Curtin. Musica: Dan Romer.

 

Interpreti: Pio Amato, Koudous Seihon, Iolanda Amato,

Damiano Amato, Cosimo Amato:

tutti interpretano loro stessi.

 

Produzione: Stayblack Productions. Distribuzione: Academy Two.

Durata: 120’. Origine: Italia, 2017.

 

 

Jonas Carpignano

 

 

Nato a New York nel 1984, Jonas Carpignano ha trascorso la sua infanzia tra Roma e New York. Ha iniziato a fare film quando frequentava la Wesleyan University. Dopo la laurea ha continuato a lavorare sui set cinematografici, sia in Italia che negli Stati Uniti. Ha esordito con il documentario A Chjana, nel 2012, che è una specie di prova per il successivo lungometraggio d’esordio, Mediterranea, che è stato presentato, nel 2015, in anteprima al Festival di Cannes alla Semaine de la Critique e ha poi ricevuto il premio come Best Directorial Debut of 2015 presso la National Board of Review. Il suo secondo lungometraggio, A Ciambra, presentato alla Quinzaine des Rèalisateurs, al 70esimo Festival di Cannes, nel 2017, ha vinto il Label Cinemas Award come Miglior Film Europeo. Jonas vive in Italia, spesso torna a trovare i suoi amici rom e immigrati in Calabria. Lavora come regista e come sceneggiatore, sempre attingendo idee e personaggi dalla realtà.

Ascoltiamo Carpignano: «La prima volta che ho incontrato la famiglia Amato era il 2011, dopo che la mia Fiat Panda, con tutte le mie apparecchiature cinematografiche, era stata rubata. Eravamo a Gioia Tauro per girare A Chjana che è il cortometraggio da cui poi sarebbe nato Mediterranea. A Gioia Tauro quando una macchina sparisce, tutto sanno che la prima cosa da fare è “chiedere agli zingari”. Ed è stata la prima volta che ho visto la Ciambra. Mi sono innamorato immediatamente dell’energia di quel posto. Ogni volta che racconto questa storia, Pio dice di ricordarsi di avermi visto ma di non avermi notato, ma anche io non feci attenzione a lui, c’erano troppe cose da fare. Dovemmo aspettare tre giorni per riavere la macchina perché il nonno di Pio (che ha ispirato il personaggio di Nonno Emiliano) era appena morto e loro non potevano contrattare il riscatto per la macchina prima dei funerali. La processione durante il rito funebre mi impressionò talmente tanto che cinque anni dopo la riproposi nel film. Tutta questa vicenda ebbe un tale impatto su di me che di lì a poco iniziai la stesura della versione breve di A Ciambra. È difficile definire genericamente la condizione dei rom nella società italiana, e non ho lo spazio qui per spiegare la complessità della loro situazione in Italia o in Europa. Ci sono quelli che hanno raggiunto le vette della criminalità organizzata, come i Casamonica a Roma; o gli operai che lavorano a giornata e che non si distinguono dagli altri italiani; o i nomadi che vivono in squallidi campi creati dallo stato nelle periferie delle più grandi città italiane; e posso fare anche altri esempi. Quello che è importante nel film è il ruolo che i rom della Ciambra svolgono a Gioia Tauro e la loro relazione con i nuovi immigrati africani arrivati nel Sud Italia. Penso che partendo da questo esempio, possiamo parlare di una condizione più universale, l’obiettivo del film non è mai stato fare luce su articolate questioni sociologiche. Sono interessato a Pio e Ayiva e penso che il film racconti in maniera articolata la loro relazione, punti di forza e limiti...

Dall’inverno del 2013 ho frequentato abitualmente la Ciambra per scegliere gli attori del film e la prima persona che ho scelto è stato il fratello più grande di Pio. Era così riluttante che uno dei produttori ha provato a convincermi a cercare qualcun altro. Non vedevo nessun altro adatto per il ruolo, gli sono stato dietro per mesi. Dopo circa una settimana dal mio arrivo alla Ciambra ho iniziato a far amicizia con Pio e, dopo la diffidenza iniziale, era chiaro ad entrambi che il nostro sarebbe diventato un rapporto davvero speciale. È difficile spiegare come è accaduto. Per molti versi il rapporto tra Pio e Ayiva nel film è una combinazione del rapporto che Pio ha con Koudous e del rapporto che ha con me. Dico “più o meno” perché in realtà il ruolo di Cosimo è interpretato da due gemelli, Cosimo e Damiano Amato. Avrei voluto Damiano ma per il corto ho dovuto lavorare quasi sempre con Cosimo perché Damiano non era disponibile. Alla fine quando è venuto il momento di girare il lungometraggio, Damiano si è convinto ed è stato una benedizione per il film. È riuscito ad ottenere delle interpretazioni straordinarie da attori non professionisti, Pio Amato (e la sua famiglia) in A Ciambra e Koudous Seihon in Mediterranea così come di tutti gli altri locali in ruoli secondari...

Le riprese nella Ciambra sono state una grande sfida. È impossibile descrivere precisamente com’è fatta la Ciambra, ma spero che il film riesca a darne un’idea. È un luogo imprevedibile e ingovernabile dove tutto ciò che può succedere succede almeno dieci o quindici volte al giorno. Per fortuna eravamo consapevoli di tutto questo e quindi ci siamo dati tanto tempo. Alla fine abbiamo girato per 91 giorni di seguito. In generale direi che le cose più difficili nel fare questo film sono state svegliare Pio al mattino e dirigere le scene con tanti bambini. Lo so che sullo schermo sono tutti dolcissimi, ma quando non avevano voglia di lavorare, accidenti…

Nella vita cerco di essere sempre una persona ottimista, ma non voglio pensare ai miei film in termini di ottimismo o di pessimismo. Cerco di mostrare agli spettatori la mia interpretazione di com’è la vita dove vivo, ma lascio a loro il compito di decidere come sentirsi al riguardo. Sebbene i miei film non siano affatto “obiettivi,” non hanno uno scopo particolare e non sono il baluardo di una causa in particolare. Parlano di personaggi che si trovano in situazioni contraddittorie e conflittuali che devono affrontare nel miglior modo possibile».

 

 

La critica

 

 

Il titolo viene dal nome di una comunità rom di Gioia Tauro, Calabria. Il regista Jonas Carpignano, che ha trentatré anni ed è un italiano di educazione ed esperienza newyorkese (e, informazione di sicuro non secondaria, nella produzione di questo progetto ha avuto accanto Martin Scorsese: e attrarre la sua attenzione e il suo interesse non è cosa di tutti i giorni, costituisce di per sé un titolo), non è nuovo alla frequentazione dei luoghi in questione e dell’umanità che li abita: gli italiani, i rom, i numerosi immigrati africani impiegati nella raccolta degli agrumi. Stiamo parlando della Piana di Gioia Tauro, e stiamo parlando di Rosarno, sede nel gennaio 2010 di una violenta reazione della comunità africana alle provocazioni e alle aggressioni subite da elementi locali, primo comune italiano ad essersi costituito parte civile in un processo antimafia, e zona pesantemente sottoposta al controllo della ’ndrangheta. Qui Carpignano aveva realizzato il suo primo film, Mediterranea, e i corti che hanno preceduto e preparato entrambi i suoi lungometraggi, Mediterranea e A Ciambra, ambedue presentati al festival di Cannes (il primo alla Semaine de la critique, quest’ultimo alla Quinzaine, principale trampolino di lancio internazionale per le novità). Come il primo film ruotava intorno alla figura di Koudous Seihon, immigrato clandestino dal Burkina Faso attraverso la via crucis del deserto, della Libia, del mare, diventato in Italia avvocato impegnato in collaborazione con i sindacati nella difesa dei diritti dei lavoratori africani in un territorio non facile (ciò che Mediterranea raccontava), così questo secondo è centrato su Pio Amato, un adolescente rom. Il quale, come già il primo (di nuovo presente anche qui e con un ruolo importante), interpreta se stesso. Naturalmente sfrontato e ribelle alle regole e alla legalità, impasto inestricabile di ingenuità e cinismo contemporaneamente presenti nel suo approccio alla vita precocemente disincantato ma senza perdere l’infantilismo e la tenerezza della sua età, Pio fa amicizia con gli africani - con il personaggio interpretato da Koudous Seihon principalmente - che lo accolgono come un fratellino e cercano di proteggerlo mettendolo in guardia dal mettersi così presto nei guai, ma li tradisce senza battere ciglio compiendo il suo percorso di iniziazione da bambino a uomo, secondo le regole non scritte e ataviche di una comunità senza tetto né legge, corrotta dalla convivenza con la ‘morale’ mafiosa. Forma volutamente intermedia, molto attuale, tra finzione e documentario, il film osserva, accompagna, ascolta. Si immerge, affianca e non giudica, secondo un’estetica e una morale (indissolubili, ricordate, secondo l’estremismo della Nouvelle Vague di cui fece le spese il povero Gillo Pontecorvo ai tempi e per causa del suo Kapò) piuttosto discutibili ma senza il minimo dubbio efficaci nel plasmare un personaggio che non si fa dimenticare. E che sarebbe piaciuto a Truffaut.

PPaolo D’Agostini, La Repubblica, 31 agosto 2017

 

Mescolando vite di persone reali e personaggi esterni (il padre del regista è l’uomo a cui viene rubata l’automobile), l’autore riesce a entrare dentro una situazione poco esplorata, lasciandosi condurre più dall’energia che la muove che dal desiderio di incasellare. Ne esce un quadro interessante dove realtà e riscrittura della realtà sono indistinguibili. La qualità migliore del lavoro è il rapporto che il cineasta e la macchina da presa instaurano con il protagonista, un rapporto fatto di immediatezza e sincerità. Se la storia all’inizio fatica a decollare e sembra soprattutto necessaria per calarsi dentro il luogo, è proprio quando Pio si trova senza punto di riferimento che il racconto cresce e trova la propria dimensione verso la scena finale che è una delle cose più azzeccate. Altro momento forte la morte del nonno, poco dopo il discorso che sa di testamento sul fatto che in passato i rom viaggiavano ed erano liberi e più felici.

NNicola Falcinella, L’Eco di Bergamo, 1 settembre 2017

 

 

 

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La testimonianza

 

 

 

 

 

 di Amichai Greenberh

 

 

Giornata della memoria. La Shoah. Un crimine nazista.

Il regista è israeliano, Amichai Greenberg. Il paesino è tipicamente austriaco, come ce ne sono tanti. Duecento ebrei uccisi. A colpi di fucile. Settant’anni dopo, uno storico dello Yad Vashem di Gerusalemme cerca di riportare alla luce la strage. Cerca le testimonianze dei sopravvissuti e della gente del posto.

Un thriller procedurale, un’indagine poliziesca e storica. Memoria, identità, silenzio, verità.

Durata: 91’.

 

 

 

Giovedì 24 gennaio, ore 21

 

Cinema Sociale di Omegna

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