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Corpo e anima - Scheda del film

 

 

 
 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE

S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna


PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO

Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS
 

 

 

Giovedì 21 marzo 2019 – Scheda n. 21 (1050)

 

 

 

 

Corpo e anima

 

 

 

 

Titolo originale: A teströl és a lélekröl

 

Regia e sceneggiatura: Ildikó Enyedi

 

Fotografia: Máté Herbai. Musica: Ádám Balázs.

 

Interpreti: Géza Morcsányi (Endre), Alexandra Borbély (Mária),

Réka Tenki (Klára), Zoltán Schneider (Jenó),

Ervin Nagy (Sándor), Itala Békés (Zsóka, donna delle pulizie),

Tamás Jordán (psicologo di Mária), Éva Bata (moglie di Jenó).

 

Produzione: Inforg, M&M Film Kft. Distribuzione: Movies Inspired.

Durata: 116’. Origine: Ungheria, 2017.

 

 

Ildikó Enyedi

 

 

Nata a Budapest nel 1955, Ildikó Enyedi ha studiato all’Accademia di teatro e cinema della sua città e nel 1989 con Il mio XX secolo ha vinto la Caméra d’or al Festival di Cannes, cioè il premio come miglior esordiente. Nel 1992 ha fatto parte della giuria del Festival di Berlino e nel 1994 ha presentato in concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il film Magic Hunter. Nota per Tamás és Juli (1997), episodio della serie 2000 vu par, per il film Simon Mágus (1999) e per la serie televisiva Terápia (2012), nel 2017 ha vinto l’Orso d’oro con questo Corpo e anima, storia d’amore nata in un posto inconsueto per le storie d’amore, un mattatoio.

Ascoltiamo Ildikó Enyedi: «Volevo che il luogo dove avrei ambientato il film fosse un posto di lavoro normale. Qual è il prezzo che gli altri, e in questo caso gli animali, pagano per farci vivere così? E quanto rifiutiamo di affrontare questa verità? Ho cercato poi di raccontare una storia umana molto semplice, non volevo usare metafore, comunicando con gli spettatori in maniera molto elementare, basilare. Non volevo fosse ingombrante la volontà dell’autore di dare risposte alle grandi domande della vita. Non è una novità che la solitudine viene dalla goffaggine, perché non ci viene insegnato a comunicare realmente. Ho scelto una storia d’amore proprio perché è la più estrema forma di comunicazione, che ti apre completamente nei confronti di un’altra persona...

Quando faccio un film cerco di essere molto precisa, ma con il cuore, non in ossequio a qualche stile o obiettivo precostituito. Qualcosa di molto prossimo alla poesia, ma ci sono così tante forme di esattezza del cuore: disegnando un oggetto, cucinando un pasto o scrivendo un articolo...

Ho avuto degli incontri splendidi con il pubblico durante questi lunghi mesi di promozione del film in giro per il mondo. Mi è successo molte volte che qualcuno venisse a parlarmi alla fine della proiezione dicendomi che era innamorato, ma dopo aver visto il film molto di più...

In Corpo e anima gioca un ruolo importante una splendida canzone - e la canzone è una forma d’arte - What He Wrote di Laura Marling. Forse basta essere un consumatore molto genuino e naïf. Si dice che un filmaker debba conoscere la realtà, quando l’arte è una forma di realtà molto intensa e condensata. Dietro ogni forma d’arte c’è un essere umano; per me la cosa più toccante è sempre comprendere le loro intenzioni, come sono riusciti a vincere mille battaglie interiori per dare a me, come lettore o fruitore della loro arte, un tale regalo. Ci perdiamo molto se non godiamo di quello che tanti colleghi di ogni forma d’arte creano. Sono stati scritti tanti volumi su cosa sia la musica, sul perché la facciamo e l’ascoltiamo. Di certo ci mette in comunicazione con strati profondi della nostra natura, è molto diretta e allo stesso tempo complessa. La mia intenzione era far provare allo spettatore lo stesso potere della musica che Maria, la protagonista del film, prova per la prima volta. C’è un meraviglioso racconto di Heinrich von Kleist, Santa Cecilia o il potere della musica, che come ogni altra sua cosa è brutalmente bella, estremamente potente e per molto tempo ho voluto farne un film. In qualche modo ci giro intorno da anni. Chissà se riuscirò a farlo questo film...».

 

 

La critica

 

 

Animale. Maschio. Femmina. Corpo. Anima. Cinque parole e un film che le mette insieme. La risultante: una commedia. Una commedia che è, letteralmente, la costruzione di un amore pezzo dopo pezzo. L’ungherese Ildikó Enyedi - autrice anni fa di un’altra splendida storia d’amore, Tamás és Juli - ha scritto il suo film come una spirale concentrica, partendo da lontano e accostando dimensioni oniriche e rappresentazioni realistiche e rivelando un po’ alla volta il senso palese del racconto. Corpo e anima, vincitore dell’Orso d’oro alla Berlinale, è fatto di sogni e di segni; è ovviamente un film psicanalitico, non troppo concentrato, però, sui meccanismi simbolici che mette in scena. È un film che ha l’intelligenza di trasformare il mondo che racconta nell’effetto finale, esplicito eppure mai banale, della convergenza di molteplici azioni e reazioni. Centro del film è un mattatoio: ai piani superiori dell’edificio, i dirigenti osservano gli operai; ai piani inferiori, gli operai macellano mucche dallo sguardo vacuo. Tutti si guardano, si studiano e desiderano, nessuno si tocca. Insieme, dirigenti e operai, si incontrano nella mensa aziendale. Due personaggi, il direttore finanziario e la nuova responsabile della qualità, lui cinquantenne con un braccio paralizzato, lei trentenne apatica e vagamente autistica, si conoscono durante un pranzo dopo essersi osservati a distanza. La storia d’amore raccontata dal film è ovviamente la loro, ma prima di arrivarci, immersi in un’atmosfera grigiastra da mediocrità esistenziale che un po’ alla volta si apre a un umorismo e una dolcezza inattesi, bisogna assistere al progressivo e complesso avvicinamento dei due soggetti amorosi, come se ogni passaggio fosse la tappa di un processo onirico. Lui e lei si incontrano prima di tutto nei sogni che fanno quotidianamente e, almeno inizialmente, a insaputa l’uno dell’altro: sono due cervi, un maschio e una femmina, che si annusano e si toccano, bevono nell’acqua dei ruscelli e cercano cibo in una foresta innevata. A farli incontrare veramente, oltre lo sguardo e la vicinanza fisica, è altrettanto ovviamente una sorta di terzo incomodo da commedia hollywoodiana, l’altro che fa da terzo vertice di una relazione che ha il terrore del numero due, del confronto, e dunque dell’amore vero. Tocca perciò a una psicologia avvenente e sessualmente disinibita, chiamata a fare perizie sugli impiegati del mattatoio, scoprire il mistero dei sogni in comune dei due futuri innamorati e dare il via alla relazione amorosa. E mentre i due si avvicinano fra mille tentennamenti, il resto dei personaggi del film, e con loro gli animali, gli oggetti, la musica e gli ambienti che ne fanno parte (con la macchina da presa che sta quasi sempre dietro vetri, porte e finestre per inquadrare e ingabbiare le figure) partecipano a una sinfonia di segni pronti a ripresentarsi e a scambiarsi di senso. «Il linguaggio è una pelle», diceva Roland Barthes, «io sfrego il mio linguaggio contro l’altro». Corpo e anima sta racchiuso in una frase come questa, racconta l’amore parlando soprattutto di corpi (corpi di animali squartati, corpi di altri animali che si amano toccandosi, corpi di uomini e di donne che non sanno toccarsi ma un po’ alla volta imparano a farlo...). Nel corso del corteggiamento amoroso a distanza fra i due protagonisti, le azioni ritornano, tutto diventa numero, ripetizione, oggetto mummificato. Le frasi dette sono memorizzate e trasformate in ricordo vuoto, al limite del patologico; il sangue fa prima orrore, poi diventa il segno di un cuore che comincia finalmente a battere; un braccio insensibile è un oggetto ingombrante che non è da ostacolo durante il sesso. Oltre la vacuità del reale, per fortuna, c’è l’incontro di due anime, non solo una combinazione di presenze. «È come se avessi delle parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole», scrive ancora Barthes, e la regia e la scrittura di Enyedi, in questo film intelligentissimo e buffo, in linea con una certa tendenza del cinema da festival che sta rivitalizzando la commedia a partire da una rappresentazione surreale della malattia fisica e mentale, ha la grazia di un discorso amoroso in punta di parola, complesso, ragionato, sottilmente doloroso, ma per una volta in stato di grazia sognante e indulgente verso il genere umano.

RRoberto Manassero, cineforum.it, 3 gennaio 2018

 

Ognuno di noi, in quanto Homo sapiens, ha un home range, e cioè un territorio che gli è proprio, in senso emotivo e psichico; è possibile che ciò dipenda dal percorso evolutivo che in due milioni e mezzo di anni ci ha portati dalle proto-scimmie ai primati e poi agli ominidi. Il film di Enyedi riesce però a rendere tutto questo su di un piano narrativo, mostrando come l’avvicinamento intimo di due persone che si sono innamorate consista nell’attraversare il proprio home range per entrare in quello dell’altro. I cervi sono dunque animali-guida di un viaggio dentro territori sconosciuti. Il sentimento di sé stessi, suggerisce la vicenda di Maria e di Endre, è spazio, è wilderness, è una geografia. Ma mentre nella wilderness gli animali sanno muoversi liberamente e facilmente, noi umani, condizionati dai vincoli della cultura, abbiamo bisogno che qualcuno venga a prenderci e ci porti lì dove il nostro desiderio - di amore, di avventura, di vita vissuta - si è evoluto insieme alla nostra intelligenza.   Qualche anno fa il poeta Gary Snyder si chiese se “ci saranno ancora nella nostra psiche immagini interiori di animali, dopo la loro estinzione?”. Enyedi ha vinto l’Orso d’Orso mentre usciva Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, un film in cui degli animali sul pianeta non rimangono che piccole statuette in legno considerate reliquie sacre. Non è un caso che, in fondo, anche il capolavoro di Villeneuve sia una storia d’amore. In Corpo e Anima la risposta a questi interrogativi globali è di una carnalità assoluta: è dove stanno le specie animali che sta anche la nostra umanità, e il rischio dell’amore.

EElisabetta Corrà, lastampa.it, 15 gennaio 2018

 

 

 

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L'intrusa

 

 

 

 

 di Leonardo De Costanzo

 

 

Napoli, una città che resiste.

Periferia, un centro ricreativo, una scuola, un’isola di felicità, bambini a rischio, cinema della realtà, personaggi forti e cose che accadono, stile asciutto, la moglie di un camorrista trova rifugio in una casupola, tolleranza e diffidenza, accettazione e ribellione, regole morali ed eccezioni, un conflitto, Giovanna: la signora venuta dal nord, la solidarietà, l’ingiustizia, la tenerezza. Abbattere i muri. Le biciclette!

Durata: 95’.

 

 

Giovedì 28 marzo, ore 21

 

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