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Tutti a casa - Scheda del film

 

 

 

Mercoledì 14 maggio 2014 – Scheda n. 2

 

 

 

 

 

Tutti a casa

 

 

Regia: Luigi Comencini.

 

Sceneggiatura: Age & Scarpelli, Luigi Comencini, Marcello Fondato.

Fotografia: Carlo Carlini. Montaggio: Nino Baragli.

Musica: Francesco Lavagnino.

 

Interpreti: Alberto Sordi (sottotenente Alberto Innocenzi),

Eduardo De Filippo (signor Innocenzi, padre di Alberto),

Serge Reggiani (geniere Assunto Ceccarelli),

Martin Balsam (sergente Quintino Fornaciari),

Nino Castelnuovo (Codegato), Carla Gravina (Silvia Modena),

Claudio Gora (il colonnello), Mario Feliciani (il capitano Passerini),

Alex Nicol (il prigioniero americano),

Didi Perego (Caterina Brisigoni, trafficante di farina).

 

Produzione e distribuzione: Dino De Laurentiis.

Durata: 117’. Origine: Italia, 1960.

 

 

Luigi Comencini

 

 

Nato a Salò nel 1916 e morto a Roma nel 2007, Luigi Comencini è uno degli indiscussi e amatissimi maestri della commedia all’italiana, ovvero di quel genere popolare, commovente, comico, umoristico ma anche drammatico, con cui i registi italiani hanno insegnato ai loro compatrioti, cioè a noi, la storia d’Italia. Il cinema di Comencini è abitato da una quantità di figure di italiani con tutti i difetti degli italiani e con almeno una caratteristica positiva: la generosità. Comencini ha lavorato con i grandi sceneggiatori dell’epoca d’oro della commedia italiana, Suso Cecchi D’amico, Age & Scarpelli, sceneggiatori che hanno scritto per il regista storie magnifiche con dentro tante piccole storie di italiani presi dentro i meandri, i cunicoli e le trappole della grande Storia. Tanti bellissimi personaggi di italiani che devono vedersela con guerre, con dittature, lotte di liberazione, con la vita di tutti i giorni e con la vita di troppi giorni difficili.

Comencini ha studiato architettura al Politecnico di Milano, ha fatto il giornalista e il critico, ha fondato con due altri grandi registi come Alberto Lattuada e Mario Ferreri la milanese Cineteca Italiana, tuttora in attività. Poi si è dedicato alla regia cominciando con corti e documentari (La Novelletta, 1937; Bambini in città, 1946; L’ospedale del delitto, 1950). Il suo primo film è del 1948, Proibito rubare, con Tina Pica e Adolfo Celi. Vengono poi Persiane chiuse (1951) e La tratta delle bianche (1952), entrambi con Eleonora Rossi Drago. Dirige Totò in L'imperatore di Capri, ha un enorme successo con Pane, amore e fantasia (1953), storia d’amore tra un maresciallo e un’ostetrica di paese, più un carabiniere impacciato e una fanciulla poverissima, detta “la Bersagliera”, interpretata da una memorabile Gina Lollobrigida. Il film vince l’Orso d’Argento al Festival di Berlino e segna la nascita ufficiale di un nuovo genere, tutto nostro, la commedia all’italiana, che prosegue con Pane, amore e gelosia, La bella di Roma e Mariti in città. Nel decennio successivo, gira il capolavoro Tutti a casa (1960), poi La ragazza di Bube (1963), Incompreso (1966), il poco notato ma molto bello Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano (1970), quindi Il gatto (1977, in cui è anche attore) e Lo scopone scientifico (1972). Passa alla tv per il magnifico Le avventure di Pinocchio. Vince il Leone d’Oro alla carriera nel 1987. Continua a firmare altri film, tra i quali Cercasi Gesù (1982), Un ragazzo di Calabria (1987) e Buon Natale... Buon Anno (1989). Per la tv dirige Cuore e La Storia. La sua ultima regia è Marcellino (1991).

Luigi Comencini ha diretto un’infinità di grandi attori e attrici: Giulietta Masina, la triade Gassman-Tognazzi-Mastroianni, Alberto Sordi, Franco e Ciccio, Gino Cervi, Stefania Sandrelli, Silvana Mangano, Fernandel, Gérard Depardieu, fino alla memorabile Bette Davis.

Tutti a casa ha vinto il Premio speciale della giuria al festival di Mosca dal 1961 e, nello stesso anno, due premi David di Donatello, per il miglior produttore, De Laurentiis, e il miglior attore protagonista, Alberto Sordi.

 

 

La critica

 

 

I drammatici avvenimenti della Seconda guerra mondiale sono stati affrontati in numerosi film italiani. Pochi di essi, tuttavia, sono riusciti a rappresentare la complessità di quanto avvenne nell’estate del 1943, periodo di transizione che vide la caduta del fascismo e la nascita del regime di Salò nel Nord del Paese, mentre i tedeschi occupavano Roma e il re con il governo presieduto da Badoglio fuggiva a Brindisi. Due film fecero da battistrada in questo senso: Estate violenta (1959) di Valerio Zurlini e Tutti a casa di Luigi Comencini (1960). Nella prefazione alla sceneggiatura del suo film Comencini scrive: «Tutti a casa non è un film di guerra. È un viaggio attraverso l’Italia in guerra compiuto da quattro uomini allo sbando (quattro ‘stupidi’ senza soldi) che vogliono ritornare a casa. Sordi non è un vigliacco, ma un ufficiale che tiene immensamente al proprio grado e che fino alla fine cerca di compiere quello che ritiene il proprio dovere. L’unico problema è che, senza saperlo, non ha capito nulla». Nel suo tentativo di immergersi nella storia recente del Paese, Comencini non scelse certo la strada più facile: nell’Italia del 1943 la confusione era enorme dopo la destituzione di Mussolini e la scissione dell’Italia in fazioni opposte e in territori dallo statuto precario. L'’Italia divenne teatro di una guerra civile tra fascisti e antifascisti e luogo di scontro tra gli occupanti tedeschi e gli Alleati appena sbarcati. La popolazione, scossa in tutti sensi, faceva fatica a seguire il corso degli eventi e ad adottare un comportamento razionale. Nel settembre 1943, dopo l’armistizio, l’Italia mutò schieramento e cadde in preda alla peggiore confusione: i tedeschi, fino a quel momento alleati, diventavano improvvisamente nemici. I soldati, in mancanza di istruzioni precise, non sapevano cosa fare; un’unica idea pervadeva le loro menti: ritornare a casa. Innocenzi incarna l’ufficiale di riserva improvvisamente costretto a prendere decisioni di sua iniziativa, mentre fino a quel momento il fascismo gli aveva insegnato soprattutto a obbedire senza porsi domande. Di fronte alle proprie responsabilità egli scopre la necessità di agire. Partendo dunque dal drammatico tema del “passaggio dalla guerra subita alla guerra popolare” secondo le parole di Comencini il regista costruisce un film che gioca costantemente sui cambiamenti di tono, oscillando tra il dramma e la farsa. Ma non si tratta di un artificio formale, visto che gli improvvisi mutamenti di registro restituiscono in modo del tutto adeguato gli aspetti grotteschi o ridicoli presenti anche nelle situazioni più dolorose. Per esprimere in modo emblematico la visione di un popolo che deve imparare di nuovo a vivere, Comencini inventa un personaggio al quale Alberto Sordi presta il proprio eccezionale talento di ‘povero diavolo’ costantemente superato dagli avvenimenti: lo sguardo smarrito dell’attore, dell’uomo abituato dal regime politico a rinchiudersi nel proprio guscio, è attraversato dall’entusiasmo, dall’esitazione, dallo stupore e infine da una reazione coraggiosa. Nel farsi carico di una presa di coscienza che in un primo momento è soltanto una reazione affettiva priva di basi ideologiche, il personaggio di Sordi raggiunge la dimensione di un archetipo umano.

JJean A. Gili, Enciclopedia del Cinema Treccani, 2004

 

Perché uno schema compositivo tanto armonioso venne sostanzialmente sottovalutato da coloro che poi si inebriarono di fronte a riuscite anche più sommarie come Incompreso o L’ingorgo? Secondo Comencini il motivo va cercato nello scarso interesse che all’estero suscitano le pagine più recenti e confuse della storia italiana. Ma a nostro avviso c’è di più: sotto le mentite spoglie di una commedia il film è sostanzialmente un racconto a tesi; e la sua tesi non è il problema ideologico che coinvolge sempre più direttamente il borghese in uniforme Innocenzi, bensì quello della scelta che ciascuno è chiamato a fare almeno una volta nella sua vita. La progressiva, quasi inconscia necessità dello scegliere, ha la scansione umanissima del viaggio. E di un viaggio tutto particolare si tratta, quello che conduce i due soldati dal nord al sud di un’Italia ormai mutilata, disfatta, sconvolta da ciò che è ormai un problema collettivo: la scelta che governanti e ufficiali hanno demandato all’istinto e alla coscienza del singolo. In questa chiave va forse riletto persino il finale, da alcuni – compreso lo stesso Sordi – indicato come anello debole della catena narrativa perché troppo consolatorio, didattico, patriottico. Infatti, il personaggio di Sordi compie in questo momento una passo determinante per la sua vita così come, da un punto di vista generale, lo compie l’Italia in quel fatidico settembre. Ora, Innocenzi passa in fondo da un sistema di certezze ad un altro; ha dunque torto l’attore quando afferma: «Io c’ho altre idee, io sono uno straccione, sono distrutto, il mio amico è morto e non mi accorgo nemmeno che arrivano gli americani finché uno non mi butta una sigaretta e mi dice “toh, paisà!”». Ma è proprio la somma di singole incertezze e di tanti momenti in cui il coraggio e il cuore superano la ragione a fare la coscienza di un’Italia diversa, capace di scegliere proprio perché accetta l’umana fragilità degli individui. Allora è dal tema della scelta, unito ad un costante “understatement” [ridimensionamento, attenuazione, ndr] capace di neutralizzare ogni vizio di retorica, che nasce il capolavoro: fotografia specchiata degli italiani, ma anche paradigma di una questione morale profonda, incisa nella storia delle persone e di un popolo. Come si vede, tutti i temi cari a Comencini (tensione morale, osservazione dell’Italia di ieri per capire i vizi di oggi, ricerca dei mezzi toni tra melodramma e farsa, tra comico e patetico, fusione di una precisa concezione formale e strutturale e immediatezza del documentarismo) sono qui racchiusi in un equilibrio forse irripetibile.

GGiorgio Gosetti, Luigi Comencini, collana Il Castoro Cinema, 1988

 

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