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Scheda pdf (173 KB)
Soul Kitchen - Scheda del film

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALES.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 28 ottobre 2010 – Scheda n. 3 (815)

 

 

Soul Kitchen

 

 

 

Titolo originale: Soul Kitchen

 

Regia: Fatih Akin

 

 

 Sceneggiatura: Fatih Akin, Adam Bousdoukos. Fotografia: Rainer Klausmann.

Montaggio: Andrew Bird. Musica: Klaus Laeck, Pia Hoffmann.

 

 

Interpreti:  Adam Bousdoukos (Zinos), Moritz Bleibtreu (Illias),

Birol Ünel (lo chef Shayn), Anna Bederke (la cameriera Lucia), Pheline Roggan (Nadine),

Lucas Gregorowicz (il cameriere Lutz), Dorka Gryllus (la fisioterapista Anna Mondstein).

 

Produzione: Corazon International. Distribuzione: BIM.

Durata: 99’. Origine: Germania, 2009.

 

 

 

Fatih Akin

 

Nato nel 1973 a Amburgo, Fatih Akin è un tedesco di origini turche di seconda generazione: si capisce che abbia messo al centro dei suoi film il tema dell’immigrazione e del rapporto tra culture e nazioni diverse, tra patria d’origine e nuova patria. Ha studiato all’Accademia di belle arti; ha cominciato con un corto, Du bist es! (1955), premiato nei festival; ha esordito nel lungometraggio con Kurt und Schmerzlos (1997), premiato a Locarno, su tre vite di immigrati a Amburgo, un serbo, un turco e un greco; ha poi girato July (2000), storia di un professore che attraversa l’Europa dell’Est per tornare alla sua Istanbul; il terzo film è We forgot to go back (2001), seguito da Solino (2002), storia di una famiglia calabrese immigrata in Germania; del 2004 è La sposa turca (visto al Cineforum), vincitore al Festival di Berlino; sempre del 2004 è Crossing the Bridge – The Sound of Istanbul, documentario sulla musica rock a Istanbul; Ai confini del paradiso (2007) viene presentato e premiato a Cannes (anche questo film è passato al nostro Cineforum). Il film di stasera, una perfetta commedia, Soul Kitchen, è stato presentato e premiato alla Mostra di Venezia. Akin è sicuramente una delle voci più significative di un cinema europeo che guarda al nostro continente senza più i confini di un tempo.

Sentiamo Akin: «Era da un po’ di tempo che avevo in mente di fare un film come Soul Kitchen. Pensavo spesso al mio vecchio amico Adam Bousdoukos e alla sua “Taverna greca” nel rione Ottensen di Amburgo. Per noi era più di un ristorante: era un luogo di avventura, un serbatoio di raccolta, un posto dove festeggiare, una casa. Volevo catturare l’atmosfera e lo stile di vita che ho sempre strettamente associato alla “Taverna” e non sarei riuscito a farlo se avessi aspettato ancora qualche anno. Non potrò andare alle feste o stare in giro fino alle ore piccole cinque sere alla settimana per sempre. Arriverà il momento in cui inizierà a venirmi il mal di testa, troverò la musica troppo forte, mi darà fastidio il fumo, come è giusto che sia. Invecchiamo tutti e a un certo punto quello stile di vita semplicemente scompare. Eppure, fare un film che lo racconta è importante, perché in fondo si tratta di un tema esistenziale. È una storia che parla di bevute, di mangiate, di feste, di balli e di casa. Avevo voglia di realizzare un film sul concetto di casa, non come luogo definito da una nazionalità, tedesca o turca che sia, non come luogo geografico, ma come condizione esistenziale e come stato mentale… La storia della realizzazione di Soul Kitchen è un’odissea iniziata nel 2003. Un bel giorno mi misi a provare un nuovo programma di elaborazione testi. Adam e la sua ragazza si erano appena lasciati, quindi cominciai scrivendo: “Adam ha il cuore spezzato, il ristorante non potrebbe andare meglio”. Nel giro di poche ore avevo scritto 20 pagine di copione e in cinque giorni terminai la stesura della prima bozza della sceneggiatura. Poi ricevetti l’Orso d'oro, al festival di Berlino, per La sposa turca. A quel punto, Soul Kitchen non mi sembrava più abbastanza importante. Non riuscivo a liberarmi del tutto delle pressioni che accompagnavano il successo. Ma avevamo bisogno di un nuovo soggetto per tenere in piedi la nostra casa di produzione, la Corazón International, che avevamo fondato per La sposa turca. Così girammo Crossing the Bridge e Soul Kitchen rimase in un cassetto anche se continuavo a sviluppare la storia. A un certo punto decisi che avrei soltanto prodotto il film affidando la regia a qualcun altro. Ma mi disturbava il fatto che, dopo La sposa turca e Ai confini del paradiso, sembravo essermi fissato sull’idea di realizzare solo film seri. Non volevo essere schiavo del mio successo e iniziai a chiedermi: “Per chi sto lavorando?”. Così mi sono deciso a fare Soul Kitchen: volevo riprendermi. Mi aspettavo che sarebbe stato un esercizio leggero, un lavoro che mi ricordasse che la vita non è fatta solo di dolore e introspezione. Non avrei mai immaginato neanche per un istante che si sarebbe trasformato in un progetto complicatissimo, molto costoso ed estenuante, che mi avrebbe portato via un sacco di tempo! C’è una strana legge nel cinema che dice: se non soffri mentre fai un film, non diventerà un buon film. Prima di Soul Kitchen pensavo che fossero solo chiacchiere, ma la realizzazione di un film apparentemente “facile” mi ha indubbiamente dato una lezione….

Sentivo di dovere un film a questa città. Recentemente, due persone di cinema di New York sono venute a trovarmi, “Ehi, perché vivi ancora qui? Quando ti trasferisci a New York?”. Io ho risposto, “Perché qui sto davvero bene. Conosco tutte le scorciatoie, i cinema, i locali, so dove trovare un bravo dottore, dove comprare la verdura migliore. Perché dovrei trasferirmi in un'altra città?”. Abbiamo cenato e siamo usciti per fare un giro in città. Prima siamo andati a un electro party nell’ex edificio Frappant nel distretto di Altona, poi siamo andati nel distretto di Schanzen, al Mandalay e più tardi al Bernstein Bar. Infine, siamo approdati al Kiez, il distretto a luci rosse di Amburgo. Alle 6 del mattino, la gente usciva dai club e noi gironzolavamo per l’Hamburger Berg, una zona di ritrovo molto popolare. Faceva caldo, stava sorgendo il sole e i miei due amici newyorkesi erano sbalorditi. I bar chiudono alle 4 del mattino a New York. Alla fine mi hanno detto, “Okay, adesso capiamo perché non te ne vuoi andare. Questa città è fantastica, ha un'architettura grandiosa, un’ottima cucina, dei locali meravigliosi e donne bellissime.” Spero di essere riuscito a catturare un po’ di tutto questo in Soul Kitchen…».

 

La critica

 

Il regista, attore, produttore, scrittore, documentarista e anche operatore turco tedesco Fatih Akin, cultore da sempre delle colonne sonore cool (ricordate il doc sulla nuova musica turca, Crossing the bridge) e titoli di coda mai banali, dopo La sposa turca che lo ha lanciato nell’aristocrazia dei festival d’arte cinematografica, presenta la sua nuova (e premiata), dignitosa e aritmica, commedia interetnica dedicata alla sua Amburgo («una città aperta 24 ore su 24, non come Manhattan che alle 4 di mattina è un mortorio») che alla Mostra di Venezia 2009 ha conquistato il prestigioso premio speciale della giuria. Soul Kitchen ci coinvolge nella vita, nell’anima e nella cucina di Zinos Kazantsakis (l’attore greco tedesco Adam Bousdoukos, cosceneggiatore del film), piccolo imprenditore di origine greca, proprietario di un ristorantino nel quartiere proletario di Wilhelmsburg e collezionista di sfortune. Ha un forte mal di schiena che rasenta l’ernia del disco; ha un inquilino, il vecchio Sokrates, costruttore di barche, che non gli pagherà mai l’affitto; ha una fidanzata, Nadine, sassone, bionda e dei quartieri altissimi che si trasferisce per lavoro a Shanghai e lì lo pianta per una bellezza locale; ha un fratello, Illias (Moritz Bleibtreu), in semilibertà, bandito inveterato, rapinatore discreto, ma ossessivamente attratto dalle grosse perdite al gioco d’azzardo; ha un agente immobiliare che vuole speculare sul suo locale; ha gli ispettori del fisco e della sanità alle calcagna; ha assunto uno chef raffinatissimo, Shayn (Birol Ünel), e così perde improvvisamente anche tutti i suoi rozzissimi clienti, abituati a pizze surgelate, patatine, insalate, hamburger di pesce e crauti dall’identico sapore, e a puzzare perennemente di fritto rancido... Eppure le cose possono anche cambiare. Al cinema. Se no perché pagare pure un biglietto per compiacersi della propria miserabile esistenza? Solo per ammirare la fotografia, grunge abbastanza, e anche nerastra, di Rainer Klausmann? Basta avere un piano magistrale e qualche sano principio controcorrente nella zucca, come: «non puoi vendere l’amore, né il sesso né l’anima!»; una passione irrefrenabile per il rock, il soul e la danza posteuclidea, un impianto da dj nuovo di zecca che Illias ruba per far colpo sulla sensuale cameriera; il manuale in tasca su come trasformare l’avvelenatoio patentato in un posticino di tendenza e la fortuna di incrociare sulla tua strada non la costosa chirurgia tedesca, ma un turco spaccaossa che usa i metodi dell’antica Troia... Ciliegina sulla torta transculturale, pensando a Cipro (che ha un sindaco comunista, e i turchi dall’altra parte del confine): un amore che può sbocciare tra Romeo e Giulietta, tra un greco tedesco e una turca tedesca...Akin è un cineasta che alterna finzione e documentario e sta montando Garbage in the Garden of Eden, su Cambumu, villaggio sul mar Nero, che lotta contro la costruzione di una discarica. L’attenzione per vitalità e la verve dei tempi morti che il documentario trasforma in azione è la qualità maggiore di questa opera, anche troppo scritta e matura, perfino di genere heimat e stipata di parenti: il fratello di Fatih, Cem (l’amico di Illias), la mamma di Bleibtreu, Monica (la comica nonna di Nadine), e Monique Akin, al casting.

 

RRoberto Silvestri, Il Manifesto, 8 gennaio 2010

 

 

 

 

 

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