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Scheda pdf (181 KB)
Oltre le regole - The Messenger - Scheda del film

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALES.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 9 dicembre 2010 – Scheda n. 9 (821)

 

 

 

Oltre le regole - The Messenger

 

 

Titolo originale: The Messenger

 

Regia: Oren Moverman

 

 Sceneggiatura: Alessandro Camon, Oren Moverman. Fotografia: Bobby Bukowski.

Montaggio: Alex Hall. Musica: Nathan Larson.

 

Interpreti: Ben Foster (sergente Will Montgomery),

Woody Harrelson (capitano Anthony 'Tony' Stone),

Samantha Morton (Olivia Pitterson), Jena Malone (Kelly),

Steve Buscemi (Dale Martin), Eamonn Walker (colonnello Stuart Dorsett),

Yada Dacosta (Monica Washington), Lisa Joyce (Emily).

 

Produzione: All the Kings Horses. Distribuzione: Lucky Red.

 

Durata: 105’. Origine: Usa, 2010.

 

Oren Moverman

 

Nato in Israele, Oren Moverman si è trasferito a New York, nel 1988, per lavorare nel mondo del cinema, dopo aver completato come ogni cittadino israeliano i suoi quattro anni di servizio militare come soldato in fanteria. Ha cominciato a darsi da fare come sceneggiatore per diversi film, soprattutto per il film su Bob Dylan I’m Not There, Io non sono qui, con la regia di Todd Haynes. Questo Oltre le regole - The Messenger è il suo debutto alla regia, avvenuto in circostanze singolari perché, dopo aver scritto la sceneggiatura con Alessandro Camon, la direzione del film era stata offerta ad altre persone che per un motivo o per l’altro non avevano potuto accettare. Così è toccato inaspettatamente a Moverman farsi carico in prima persona della regia.

Sentiamolo: «Alessandro Camon è il responsabile dell’idea, alcuni anni fa. È un produttore, sceneggiatore e amico, in una parola il partner professionale ideale. Suggerì di scrivere una sceneggiatura sugli ufficiali dell’esercito incaricati di notificare le vittime di guerra (Casualty Notification Officers) perché nessuno aveva ancora osservato la guerra da quel punto di vista, focalizzando l’attenzione su chi porta le conseguenze della guerra dentro alle famiglie, cioè nelle case che pagano un prezzo diretto, intimo ed eterno, rispetto alla decisione di fare le guerre. È un compito impossibile, orribile ma necessario quanto reale e bisogna prenderne atto. L’idea mi intrigava anche come modo personale benché indiretto di gestire i miei demoni del servizio militare. Una volta sviluppato una bozza di progetto, Alessandro ed io l’abbiamo mostrato in giro e abbiamo subito trovato delle persone interessate. Sydney Pollack ci ha mandato alcuni appunti dei quali abbiamo tenuto conto scrivendo un paio di nuove versioni per lui: per noi era come un sogno diventato realtà perché Pollack era come una specie di vero maestro. Il problema è che Sydney si è rivelato più interessato alla storia d’amore “tabù” che non al resto della vicenda e per noi, invece, tutto doveva ruotare attorno alla relazione tra due ufficiali. Allora Sydney, da vero gentiluomo che era, si è chiamato fuori dal progetto con molta onestà per evitare di tenerci intrappolati nello sviluppo di un film diverso da quello che avevamo in testa… Il personaggio di Will, quello interpretato da Ben Foster, ha perso molte cose nella sua esperienza di guerra. Oltre a danni fisici, le ferite, ha perso anche degli amici in combattimento. Ma io penso che abbia perso soprattutto il senso di una progettualità di vita. Era un soldato motivato e il rientro prematuro a casa lo porta a partire praticamente da zero, con un futuro da costruirsi mentre osserva all’indietro il suo servizio militare chiuso velocemente e il tanto tempo libero che non sa come utilizzare. Will non è il tipo di persona che diventa cinico o amaro a causa della guerra, lui cerca una ragione per vivere dopo essere sopravvissuto alla guerra. È in una sorta di sala d’attesa. È sospeso tra una vita normale e l’inferno da cui è sopravvissuto. La notifica delle vittime è per lui un costante richiamo al fatto che deve scegliere tra continuare a vivere o farla finita e, ironicamente, lo rende più forte portandolo alla fine a scegliere la vita. Il suo ufficiale capo, Tony, e la vedova a cui comunica la notifica, Olivia, sono le persone che lo aiutano ad uscire da quella sala d’attesa. Quello che in Will evolve è la capacità di comprendere il suo potere di toccare la vita delle persone che lo circondano e così dà un senso alla sua vita: di continuare a crederci, di far entrare anche l’amore. Anche se rimane un militare, decide di andare avanti, prende una decisione che mostra la volontà di vivere, il che non è sempre scontato per un ragazzo nella sua situazione… Il tema del film non è propriamente quello delle vittime di guerra. Il film tratta di persone che restano vive e che devono affrontare la vita dopo la morte dei loro cari. The Messenger dirà una cosa o due sulla guerra, ma penso che al centro di tutto stiano il dolore e il desiderio di vivere, ovvero come far entrare la vita nell’oscurità degli esseri umani, persino di farne ironia. Mostra persone che sono chiamate ad affrontare la morte ma non dal punto di vista politico o strategico, bensì personale. Ritengo che ci siano vittime diverse di guerra e che molte di loro siano proprio i sopravvissuti, tra veterani e famiglie di militari».

 

La critica

 

È il regolamento a dirlo in maniera esplicita. Capitolo 5, paragrafo d: “Importante! Non toccare mai il PP (parente prossimo) in nessun modo”. Qualsiasi cosa succeda, chi “deve notificare la scomparsa di un militare vittima sul campo” sa che deve resistere alla tentazione di offrire la propria comprensione attraverso una stretta di mano o un abbraccio. Anche di fronte al dolore più straziante, deve saper resistere: nessun contatto fisico! È una delle prime regole che il capitano Tony Stone (Woody Harrelson) insegna al suo nuovo compagno di notificazioni, il sergente Will Montgomery (Ben Foster), ma è anche l’idea-forza che regge Oltre le regole, il film che Oren Moverman ha scritto con Alessandro Camon. E che finisce per riverberare anche nel rapporto tra lo spettatore e lo schermo. Nessun contatto! Sembra una regola di comportamento, uno stratagemma per non farsi coinvolgere più di tanto dal dolore altrui, ma è una specie di miccia a scoppio ritardato che manda in briciole i meccanismi di difesa di fronte alla sofferenza. Come si fa a restare impassibili? A non ‘reagire’ quando vediamo qualcuno soffrire davanti ai nostri occhi? A non ‘comportarsi da persone’, come appunto è l’accusa che Will rivolge all’insensibile (o professionale, a seconda dei punti di vista) Tony? Abituato a divorare immagini e immagini sullo strazio prodotto dalla guerra, anche lo spettatore finisce quasi per considerare ‘effetto collaterale’ il dolore di chi quello strazio e quella morte deve venire a conoscerli lontano dalla linea di fuoco. In fondo è quello che pensa anche il sergente Montgomery, ‘eroe’ della guerra in Iraq da cui è tornato con un occhio rovinato e altre ingiurie nel corpo: il vero confronto con la morte è quello in cui cerchi di strappare al massacro i compagni rimasti sotto il fuoco dei cecchini e soprattutto quello che finisci per ‘procurare’ al soldato che trascini al coperto dove non sai che c'è una mina nascosta. E che ti salta in aria sotto gli occhi, investendoti con i mille brandelli del suo corpo. Uno shock fisico, che si sente nella carne, che lascia i segni addosso. Per questo, quando il film comincia e lui viene assegnato a questo lavoro, lontano dal fronte e in attesa del congedo, Will Montgomery fa fatica a capire che cosa davvero gli venga richiesto. Che nuovo rapporto dovrà instaurare con il dolore e la sofferenza quando viene messo in una condizione ancor più ‘impotente’ e ‘indifesa’ di quella con cui si misurava sulla linea del fuoco. Qui, di fronte ai parenti che ricevono la notizia della morte di un loro congiunto - e il film ce ne mostra diversi casi, ognuno con una reazione diversa e giustificata - Will non può fare niente, non può trovare un angolo riparato o un modo di evitare il fuoco nemico (come cercava di fare in Iraq): può solo guardare in faccia quello strazio senza neanche offrire l’aiuto di un appoggio, di un sostegno, di una prova d'affetto. “Importante! Non toccare mai il PP in nessun modo” recita il regolamento. Di fronte c’è qualcuno che sta praticamente morendo e tu non puoi neanche intervenire: il massimo dello strazio per chi è stato educato a non tirarsi indietro. Ad agire. Ma in questa condizione finisce per trovarsi anche lo spettatore che guarda. È un po’ la condizione necessaria di chi sta seduto di fronte a uno schermo quella di partecipare a qualche cosa in cui non può intervenire. Qui, però, nel film di Moverman, questo stato prende un aspetto più duro e doloroso. Man mano che procede la storia, e Will impara a conoscere il suo superiore intuendone i lati più complessi e contraddittori (non basta il regolamento a riempire la vita di un soldato), lo spettatore vive sulla propria pelle l'esperienza di quell’invalicabile spazio che ‘impedisce di intervenire’. Ogni volta che la macchina da presa fissa nel suo quadro lo strazio di chi non vorrebbe accettare la notizia della morte, ogni volta che ci impedisce di distogliere gli occhi restando incollata su quelle facce e quelle sofferenze (e sulla bravura di quegli attori) lo spettatore viene rituffato dentro il nodo del dolore. E dentro quello strazio che spesso uno stacco d’inquadratura, un accorgimento di montaggio, una frase del dialogo ci aiutano ad ‘elaborare’ e che invece Moverman e Camon ci risbattono in faccia. Senza mediazioni e infingimenti. E che nemmeno la dolce rassegnazione di Olivia (Samantha Morton), la vedova a cui Will pian piano si affeziona, riuscirà a lenire.

PPaolo Mereghetti, Il Corriere della Sera – 15 aprile 2010

 

 

 

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