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Scheda pdf (175 KB)
L'uomo che verrà - Scheda del film

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALES.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

e con

la Sezione A.N.P.I. di Omegna e Zona Cusio

 

Giovedì 24 febbraio 2011 – Scheda n. 17 (829)

 

 

 

 

L’uomo che verrà

 

 

Regia: Giorgio Diritti

 

Sceneggiatura: Giorgio Diritti, Giovanni Galavotti, Tania Pedroni.

Fotografia: Roberto Cimatti. Montaggio: Giorgio Diritti, Paolo Marzoni.

Musica: Marco Biscarini, Daniele Furlati.

 

Interpreti: Alba Rohrwacher (Beniamina), Maya Sansa (Lena),

Claudio Casadio (Armando), Greta Zuccheri Montanari (Martina),

Vito (il signor Bugamelli), Orfeo Orlando (il mercante), Diego Pagotto (Pepe),

Bernardo Bolognesi (il partigiano Gianni), Stefano Croci (Dino), Zoello Gilli (Dante),

Germano Maccioni (don Ubaldo), Timo Jacobs (l’ufficiale medico delle SS),

Taddhaeus Meilinger (il capitano delle SS).

 

Produzione: Aranciafilm, Rai Cinema. Distribuzione: Mikado.

Durata: 117’. Origine: Italia, 2010.

 

 

 

Giorgio Diritti

 

Bolognese (1959), Giorgio Diritti si forma lavorando con molti registi, Lizzani, Wertmuller, Vancini, Fellini, Olmi, Avati. Dirige documentari, cortometraggi e programmi televisivi. Il suo primo corto, Cappello da marinaio (1990), viene presentato al festival di Clermont-Ferrand. Nel 1993 realizza Quasi un anno, film per la tv. Il suo film d’esordio, Il vento fa il suo giro (2005, visto al Cineforum), partecipa a oltre 60 festival in giro per il mondo. In Italia viene presentato al Bergamo Film Meeting, dove vince il primo premio. Diventa un caso nazionale quando viene messo in programmazione al Cinema Mexico di Milano e resta in cartellone per più di un anno e mezzo.

Sentiamo Diritti su L'uomo che verrà: «Sono partito tanti anni fa da un libro, che si intitola Le querce di Monte Sole, Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno 1898-1944, edito da Il Mulino. Stavo intervistando un sacerdote, responsabile della Caritas, per un documentario. Si chiama Luciano Gherardi. Mi diede quel libro, che aveva scritto, e mi disse: sarebbe bello farci un film, c’è anche un aneddoto. Io non sapevo di cosa parlasse il testo e il titolo mi fece pensare a un libro di botanica o qualcosa del genere. Poi ho scoperto che raccontava la storia di alcune comunità dell’appennino bolognese, e in particolare dei sacerdoti, compagni di seminario di monsignor Gherardi, che furono uccisi dai nazisti. Da allora, da quella lettura, sono passati almeno quindici anni. Da quel momento è partito un percorso interiore. Quella che nella mia mente era la strage di Marzabotto, con i suoi numeri, le date, la cronaca astratta che ci è stata insegnata, è diventata una storia di persone, di dolore reale. La drammaticità degli eventi mi ha fatto sentire chiaramente la responsabilità di raccontare quelle storie nel modo più onesto possibile. Nel tempo, poi, è andato avanti un percorso di approfondimento. Nel 2003, quando ho fondato Arancia Film con Simone Bachini, l’idea è stata rilanciata e abbiamo potuto contare sulla collaborazione dell’Istituto Storico della Resistenza “Parri” di Bologna. Ho continuato a fare ricerche e ho anche intervistato partigiani e sopravvissuti... È stato difficile trovare i soldi per finanziare il film. Non ci fosse stato Il vento fa il suo giro, sarebbe stato impossibile. Un film sulla strage di Marzabotto, con tanti rischi dal punto di vista etico e politico, con la possibilità che il tema venisse strumentalizzato. Ci sono tante trappole, quando si affronta un argomento del genere. Quindi se già il mio primo lungometraggio, agli occhi dei produttori e distributori, non poteva funzionare e aveva troppe insidie, figuriamoci questo. Avrei potuto scegliere tra cento cose diverse, ma questo era il film che avevo bisogno di fare, e l’abbiamo fatto... È stato molto importante raccogliere testimonianze sull’epoca, fare ricerche e ricreare quella che era la vita di allora. Questo rende tutto più emozionante, nel senso che consente di rendere vero il sentimento, la disperazione di quelle persone. Non volevo fare un film storico o un film bellico, in cui ci sono i presunti buoni e i presunti cattivi, e i buoni guarda caso sono sempre quelli che vincono. Mi è sembrato più importante raccontare come la guerra viene vissuta da chi la subisce e basta, dalle persone che non la vogliono, che non c’entrano. Volevo mostrare quanto è estranea la guerra alla dimensione umana... C’era bisogno di un contraltare alla fatica, alla guerra, alla dimensione della fine: grazie a Martina, possiamo guardare la realtà come la vede una bambina di otto anni, in un modo se vogliamo fiabesco. I paracadute visti coi suoi occhi portano i bambini appena nati. È l’incanto del mondo... Il cuore del mio film sta nel sentimento e nel senso della vita di un uomo che giorno per giorno viene inquinato da dinamiche estranee alla sua realtà e ai suoi valori, fino all’annientamento del suo mondo. Ma allo stesso tempo volevo lasciare un senso di speranza. C’è soprattutto il desiderio che cose come questa non accadano mai più. È il motore interiore del film... Un ruolo importante ce l’hanno anche la fede e la religione. Nella prima parte Dio sembra una cosa concreta e presente quanto lo sono il pane o gli alberi. Poi alla fine le statue sacre vengono seppellite insieme ai cadaveri e contemporaneamente si sente recitare il “Credo del battesimo”. È una di quelle cose che amo fare, lasciando che sia lo spettatore, attraverso la propria sensibilità, a interpretare la scena e a fare le sue riflessioni. Qui c’è senz’altro quell’interrogativo devastante che nasce di fronte a certe cose della vita e della morte. C’è la dimensione del rifiuto della fede. Ma contemporaneamente c’è anche il credo, l’interrogarsi che rimane. L'episodio del seppellimento delle statue è successo davvero. È un episodio che mi hanno raccontato. Mi rendo conto che è una cosa molto forte, ma è anche giocata in modo da lasciare la questione aperta. La si potrebbe leggere anche nel senso moderno di una religiosità che non ha bisogno della statua o del rito, che è essenzialmente scelta di fede, ma mi rendo conto che così andremmo un po’ oltre... Ho dei progetti, due o tre idee in testa. Devo solo capire qual è la cosa che mi sta più a cuore. Mi piacerebbe ad esempio parlare di come si sentono i giovani d’oggi. Quel che più mi impressiona nei giovani d’oggi è la rassegnazione. Questa cosa mi devasta. Quando noi avevamo vent’anni ci sembrava che fosse tutto possibile. Avevamo una scelta sterminata davanti, un mare di possibilità tra cui scegliere. Oggi è tutto un drammatico accontentarsi, con la seria prospettiva di venire castrati in ogni aspirazione. Mi piacerebbe raccontare questa brutta situazione».

 

La critica

 

L’uomo che poteva venire scampando alla strage (il padre di Martina), si è gettato contro il fuoco degli assassini per disperazione. L’uomo che verrà è ancora in fasce. Sua sorella Martina, di otto anni, ritrova la parola per cantargli una ninna nanna mentre i monti immutabili fanno da cornice. C’è desolazione, avendo memoria di ciò che è appena accaduto ma, per altro verso, il luogo non cambia: assorbirà la tragedia con ovvia e naturale indifferenza. Nel lungometraggio di esordio, Il vento fa il suo giro, Diritti aveva raccontato la sua storia montanara mescolando finzione e documentario; o, se si preferisce, sottoponendo il racconto a una verifica “sperimentale” dove ogni invenzione avrebbe subito il rischio di interferenze “dal vero”, e queste ultime quello di trasformarsi in messa in scena o “teatralità”. Oggi si sposta dall’Alta Val Maira piemontese agli Appennini della provincia bolognese per recuperare il sentimento di fatti ben noti ma lontanissimi. Fra gli occitani interrogava, al presente, vicende di contrasto che si animavano davanti ai suoi occhi, qui si volge al passato e, nel bisogno di trovare con costanza il giusto modo, interroga se stesso. (...) Martina guarda e non parla – ha smesso di farlo da quando un fratello appena nato le è morto fra le braccia – ma scrive. Ed è così precisa nell’esprimersi che per prudenza la maestra decide di distruggere il tema. Il suo sguardo, adottato dal regista che lo elegge a valore collettivamente condiviso, impone tempi di racconto e visione anticonvenzionali. Come dire che accorgersi degli spari e del fumo, cercare di comprendere (vedere) ciò che accade e stimare la lontananza, dipende dalla morfologia dei luoghi, dagli ostacoli (gli avvallamenti, le gobbe, le macchie, gli alberi), e che a tale morfologia macchina da presa e montaggio debbono “adeguarsi”. (...) Dunque Diritti ha voluto semplicemente ricostruire un mondo scomparso? No. La sua ambizione mi sembra antropologica in senso forte e, al tempo stesso, epica. Prova ne sia, intanto, l’uso di un dialetto che tutti avvertono, oggi, come una lingua straniera, quindi da imparare. Perché in essa è custodito un senso, non semplicemente un’“atmosfera”, irrecuperabile in altro modo, e vive una umanità che attiene all’inconscio collettivo di popolazioni. Nel recuperare «volti antichi come alberi» e una coralità perduta, ma pur sempre elegiacamente viva, il regista opera su una distanza lunga e, al tempo stesso, breve; sulla consapevolezza del passato e il bisogno di riviverlo nei valori primari. Se, come accennavo poc’anzi, la memoria della guerra è fissata nel bianco e nero (poco importa che qualche reperto venuto man mano alla luce sia a colori) è comunque possibile ritrovare i toni giusti, ossia i bruni e i grigi, l’intatta permanenza dei paesaggi, la tangibile autenticità di interni che possono accogliere sia le orchestrine e i poveri balli che il compianto per un giovane partigiano “deposto” dopo l’impiccagione. Diritti, insomma, riesce a modulare la visione astraendo dal puro naturalismo senza rinunciare alla sua forza materiale (...). Il tempo che ci separa dalle stragi della Linea Gotica, sembra dirci l’autore, è davvero troppo lontano, ma si può e si deve fissare “a vivo” la memoria che ne resta.

TTullio Masoni, Cineforum, n. 492, marzo 2010

 

 

 

 

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