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Scheda pdf (176 KB)
Departures - Scheda del film

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALES.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 31 marzo 2011 – Scheda n. 22 (834)

 

 

 

 

 

 

Departures

 

 

Titolo originale: Okuribito

 

Regia: Yojiro Takita

 

Sceneggiatura: Kundo Koyama. Fotografia: Takeshi Hamada.

Montaggio: Akimasa Kawashima. Musica: Joe Hisaishi.

 

Interpreti: Masahiro Motoki (Daigo Kobayashi), Ryoko Hirosue (Mika Kobayashi),

Tsutomu Yamazaki (Ikuei Sasaki), Kimiko Yo (Yuriko Kamimura),

Tetta Sugimoto (Yamashita), Kazuko Yoshiyuki (Tsuyako Yamashita),

Takashi Sasano (Shokichi Hirata), Toru Minegishi (Toshiki Kobayashi).

 

Produzione: Amuse Soft Entertainment. Distribuzione: Tucker.

Durata: 131’. Origine: Giappone, 2008.

 

 

 

Yojiro Takita

 

Nato nel 1955, a Toyama, in Giappone, Takita ha cominciato a lavorare per Hiroshi Mukai’s Shishi Productions come assistente nel 1976, facendo il suo debutto alla regia nel 1981 con Chikan Onna Kyoshi e proseguendo con un’altra ventina di film, molti dei quali sono dei pink-eiga, cioè dei soft-porno, genere molto popolare in Giappone, di cui resta nella storia la serie, diretta da Takita, Chikan densha (Il treno dei pervertiti). Qualche titolo, sconosciuti in Italia: Komikku Zasshi Nanka Iranai! (1986), The Yen Family (1988), We Are Not Alone (1993), The Exam e Secret (1999). Nel 2001 il film di effetti speciali The Ying-Yang Master sbanca al botteghino. Del 2003 è il dramma storico When The Last Sword Is Drawn, seguito da Ashura (2005) e The Battery (2007). Questo Departures ha vinto l’Oscar come miglior film straniero nel 2009.

Sentiamo Takita: «Mentirei se dicessi che non mi aspettavo l’Oscar o che la cosa mi ha preso di sorpresa. La sorpresa ce l’ho avuta al momento della nomination, ma poi ho cominciato a crederci, nonostante la più che agguerrita concorrenza. È vero che il film ha superato in Giappone i 5 milioni di spettatori in 35 settimane di programmazione, ma si deve ricordare che è diventato un film di successo solo dopo aver vinto l’Oscar. Prima, facevamo fatica a tenerlo nelle sale. Addirittura pensavamo di offrirlo, in esclusiva, ad una soltanto... Dall’idea del film, che è stata dell’attore protagonista Masahiro Motoki, all’uscita in sala sono passati quasi dieci anni. La proposta è arrivata a me dopo essere rimasta per anni in un cassetto. E da quando abbiamo finito il montaggio all’uscita in sala è passato un altro anno. Nessuno voleva il film. Non è facile promuovere un film sulle pompe funebri. Voi italiani dovreste capirlo, visto che mi risulta abbiate anche voi sane tradizioni scaramantiche... Ammetto che un certo tipo di morte faccia cassetta, ma quella di cui parlo io, quella naturale e ineluttabile, semplice e al tempo stesso crudele, non rientra nei tipi di morte attraenti per gli spettatori. E poi la morte, alla fine, c’entra poco. Il mio è un film che prepara alla morte, da vari punti di vista, e non solo quello del nukanshi. Questo termine è quasi intraducibile in una lingua occidentale. Quella del nukanshi è una professione molto giapponese, anche se immagino vi siano molti equivalenti in altre società: dopotutto, ci avviciniamo molto al concetto di mummificazione. Con una differenza fondamentale: nella mummificazione l’obiettivo è quello della conservazione eterna del corpo, mentre il delicato lavoro del nukanshi è quanto di più effimero si possa immaginare perché poche ore dopo la conclusione, il corpo viene cremato. Ecco perché questo è un film molto giapponese. Penso che pochi altri popoli sappiano riconoscere questo linguaggio, un tipo di comunicazione primitiva, tutto sommato, molto istintiva per i membri della tribù, ma indecifrabile agli stranieri. Anche se poi il film è piaciuto all’estero e ha vinto decine di premi internazionali. Penso che sia per l’attuale contesto sociale, la crisi economica, la precarizzazione della società, il ritorno più o meno forzato nella provincia. Quello che succede a Daigo e a sua moglie non è certo un fenomeno solo giapponese. E non bisogna finire a lavorare in una agenzia di pompe funebri per sopportare umiliazioni, stress, discriminazioni».

 

La critica

 

In tempi di gossip sessuali quella del ‘tanatoesteta’ potrebbe sembrare l’ultima variazione possibile nel campo delle  perversioni. E invece in Giappone la funzione del nokanshi, cioè del ‘maestro di deposizione nella bara’ è una professione fondamentale, perché ‘ricompone’ i cadaveri per far loro compiere nel migliore dei modi possibili l’ultimo viaggio verso la cremazione. Una professione che nelle grandi città come Tokyo è caduta in disuso e dimenticata, ma che nei paesi di provincia conserva il suo ruolo sociale e sacrale. Lo scoprirà sulla propria pelle il giovane violoncellista Daigo Kobayashi (l’attore Masahiro Motoki, tenero e stralunato insieme), costretto dopo la morte dell’orchestra in cui aveva trovato posto (ultima esecuzione, l’Inno alla gioia di Beethoven) a trasferirsi da Tokyo nella meno dispendiosa prefettura di Yamagata: rivende il suo strumento di lavoro troppo caro, si installa con la moglie Mika nella casa che gli ha lasciato la madre morta un paio di anni prima e si mette alla ricerca di un nuovo impiego. Che trova grazie all’errore di stampa di un annuncio pubblicitario (parlava di ‘viaggi e non dell’ultimo viaggio) e all’intuito del nokanshi Sasaki che intuisce nel recalcitrante e timoroso Daigo la stoffa di un futuro maestro di deposizioni. Costruito come una specie di ‘percorso di formazione’ capace di alternare momenti riflessivi ad altri più leggeri e umoristici, campione d’incassi in patria nonostante l’argomento non proprio popolaresco, premio Oscar a sorpresa come miglior film straniero nel 2009 (tutti puntavano su Valzer con Bashir, ma nel confronto non demerita per niente), questo Departures - in originale Okuribito - affronta il tema della ritualità tipico della cultura nipponica cercando di recuperarne il senso profondo e ‘sacrale’ senza per altro scivolare verso nessuna deriva spiritualista o superficialmente consolatoria. Anzi, a partire dalla prima scena, quando Daigo scopre che i lineamenti del defunto possono nascondere più di una sorpresa, il tema della morte e del suo valore è sempre accompagnato da una sottile ma puntuale venatura ironica. Oltre che da una concreta e quotidiana lettura ‘materiale’. Perché se lo spettatore italiano resterà per prima cosa affascinato dalla raffinatezza e dalla ritualità dei gesti con cui il nokanshi lava e veste il cadavere, avendo cura di non urtare il buon gusto e la sensibilità dei parenti che assistono al rito anche nelle pratiche meno eleganti, è indubbio che il film punta soprattutto nella prima parte anche su altri argomenti, dalla sottolineatura di quanto possa rendere un tale lavoro (ragione fondamentale perché Daigo finisca per accettare l’offerta di Sasaki) allo scarso rispetto sociale che quella professione, e soprattutto quella pratica, hanno in un mondo che si sta allontanando dalle tradizioni. E infatti ci vorrà la preparazione della vecchia proprietaria del bagno pubblico perché chi prima disprezzava la scelta di Daigo - l’amico di scuola ma anche la moglie che addirittura se n’era tornata in famiglia – prendano coscienza non solo dell’importanza ‘sociale’ di quella professione ma anche della sua necessità e della sua profonda carica di amore. Come dice la stessa Mika nel film, ‘dare a un corpo diventato freddo, una bellezza che durerà per sempre... con calma... con precisione... ma soprattutto con tanta amorevolezza... pur nella tristezza dell’ultimo addio mi apparve meraviglioso’. Un suggello che troverà nell’ultima preparazione che il film ci mostra (allo spettatore scoprire di chi si tratta) il suo compimento e la sua apoteosi, dove arte, ritualità, dolore e amore si fonderanno indissolubilmente in un tutt’uno.

P.S. L’arrivo sugli schermi italiani di questo film è l’atto di nascita di una nuova società di distribuzione, la Tucker Film (dal nome dell’innovativa e rivoluzionaria automobile raccontata in un film da Coppola), nata dagli sforzi congiunti di Cinemazero di Pordenone e del Centro espressioni cinematografiche di Udine. Speriamo di cuore che questi sforzi per migliorare la qualità dell’offerta cinematografica trovino nella risposta del pubblico il loro più convinto sostegno.

PPaolo Mereghetti, Corriere della Sera, 8 aprile 2010

 

(...) Il film rappresenta uno straordinario esempio di equilibrio dinamico, una sorta di incessante rincorsa tra yin e yang, tra la rappresentazione della morte, il tabù estremo dell’umano, e una visione ironica e positiva della vita. Lo stile della regia è trattenuto, e la prima immagine del protagonista in auto in un paesaggio nebbioso e innevato mi rimanda a un’immagine di Tomas Milian in Identificazione di una donna di Antonioni, anche quello un film su un uomo in cerca di se stesso. La scrittura ha un rispetto pudico di un soggetto assai complicato da raccontare, ma anche una perfetta padronanza degli accadimenti che si succedono con precisione esatta da manuale della sceneggiatura. Film furbo? Forse, ma come dice Tatti Sanguineti in un’intervista apparsa in Internet «un film furbo non è mai stupido». (...) Departures ci offre un’immagine della cura dei defunti lontana da quella che in Occidente appare sempre più un’attività di routine, fatta senza amore e senza il rispetto partecipato del dolore. Il rituale del nokanshi, attraverso i suoi gesti ieratici e pieni di profondo rispetto per il corpo senza vita, nella cultura giapponese espleta un compito che in origine era svolto proprio dai cari del defunto. La cifra di Daigo è quella della malinconia, di chi vorrebbe tornare indietro per risolvere tutto ciò che è rimasto in sospeso; ma quando si accorge che il suo lavoro raggiunge l’anima delle persone, essa si trasforma in una soddisfazione trattenuta ma ben percettibile. Daigo, nel film, compie quindi un percorso di presa di coscienza e di formazione. Cerca il suo vero talento e affronta i fantasmi del suo passato (...).

FFabrizio Liberti, Cineforum, n. 494, maggio 2010

 

 

 

 

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